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Il mojito perfetto

Il blog di Claudio Stefanini – bestemmie letterarie aperiodiche: scrivono tutti, perché non dovrei farlo io?

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La Tempesta Perfetta

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-Non ce la faccio più.

Aspetta, le dico io. Aspetta e vedrai che stasera tutto questo sarà cancellato in un attimo.

-Ma io  ho fame,sete,sono stanca!

Vabbè dai, ieri sera hai mangiato per una settimana, vedi di reggere un po’. Qua son romani, funziona tutto un po’ così.

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Il viaggio era cominciato sotto i soliti auspici, per tutti i protagonisti di quest avventura. Anche per Francesca, che è romana, ma si sa che in un modo o nell’altro si è sempre in viaggio. In effetti lei è in viaggio da molto tempo, con alterne fortune. Tre anni prima ci eravamo detti che forse non ci sarebbe più ricapitato, visto che quando c’è un tumore di mezzo non lo sai mai se tra tre anni ci sarai ancora, però intanto rieccoci qua, a smoccolare -parecchio, a dire il vero- sulla vita puttana che a volte è davvero un po’ cattiva. Francesca è mia amica da sempre, da quasi quarant’anni oramai. Erano tre fratelli e una mamma burbera ma unica, la Giuliana. Che donna la Giuliana! Nel 1983 andai ad abitare da loro a Roma per un mese, perché di Roma era la mia prima vera ragazza importante, la Carla. Allora la Giuliana era già vedova e tirava su quei tre ragazzi come solo una mamma può fare, nonostante tutto e contro tutti. Carlo, Giulio e Francesco. No non è un refuso, ho scritto proprio Francesco. Dei tre devo dire che avevo legato più di tutti con Francesco. Loro erano i nipoti della farmacista del mio paese e ci conoscemmo proprio lì, qualche vita fa. Giulio era il più grande, simpatico sbruffone come alla fine tutti i romani. Carlo il più piccolo, classe 1965, la mia stessa età.

E poi Francesco, il mezzano, il più alto, anche il più intelligente. Quello che mi disse, in tempi non sospetti, che un giorno la musica l’avremmo ascoltata (anche Bruce!) attraverso memorie a stato solido. Era avanti, il ragazzo. Nel 1983 stava uscendo il cd come supporto musicale eterno. “Il cd nasce già morto” fu la sua sentenza, e aveva ragione.

Dopo quell’estate ci perdemmo un po’ di vista, rividi Carlo una dozzina di anni dopo al mio paese, visibilmente ancora scioccato da una delusione amorosa. Poi la vita va avanti e ti fa dei regali casuali. Qualche anno fa incontro per caso la suddetta zia, oramai pensionata, che mi racconta, schifata come solo un cattolico oltranzista può fare, che  suo nipote Francesco si era fatto trans (sic) ed ora era un “ibrido”e che era come se l’avessero ammazzata…In ogni caso mi fu facile, a quel punto, ringraziare la zia – e sbarazzarmi di una persona così abietta –  che comunque mi aveva dato modo di recuperare informazioni per trovare,a questo punto, la mia amica Francesca Eugenia. Donna a tutti gli effetti, anche legalmente.

Ricominciammo a sentirci, telefono e skype, sia con lei che con la Giuliana. Per alcuni mesi  ogni tanto ci sentivamo e ridevamo pure assai, con la mamma che continuava a chiamarmi Stefanino ed a ricordarmi di come si preoccupava, quell’estate 1983, quando ero stato loro ospite. Nel frattempo Giulio era morto anzitempo per un tumore e Carlo aveva seri problemi con se stesso.

Un giorno mi chiama Francesca dicendomi che mamma stava male ed era ricoverata all’ospedale. Il tempo di organizzarmi e, dopo 29 anni che non ci vedevamo, rividi sia Francesca che Giuliana, nella sua stanza nella clinica sull’Aurelia. Pare che fossero settimane che non sorrideva: lo fece di nuovo vedendomi e di questo Francesca mi ringrazia sempre. La giuliana morì da lì ad un mese. Con la Francesca rimanemmo d’accordo di vederci più spesso e la nuova occasione fu il concerto di Springsteen alle Capannelle nel 2013, dove riscoprì tutta l’emozione e la carica che quell’uomo può dare a chiunque. Fu talmente bello che ci chiedemmo seriamente se avesse potuto ripetersi ancora un’occasione così.

Si! poteva accadere di nuovo.

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-Devo fare la pipì. Mi accompagni?

Certo che ti accompagno, anche se… vabbé dai, magari la faccio anch’io.

Ci allontaniamo dalla fila sotto il sole per andare a chiuderci dentro un Sebach, con quel piccolo presentimento che forse non era il momento giusto, ed infatti al nostro ritorno la fila si era mossa, qualche security man aveva aperto le cateratte e noi avevamo perso posto e amici, Cesare, Francesca e la Giovanna.

 

La Giovanna. La mia amica di concerti Giovanna, amica fisica comune di Renzo l’uruguagio, conosciuta telematicamente giocando a Ruzzle e proprio sulla chat di Ruzzle ci venne in mente di unire le forze per andarci a vedere il Boss a Roma alle Capannelle nel luglio 2013. La Giovanna, che lei e i treni proprio non vanno d’accordo. Reggiana, per raggiungermi a Lucca e proseguire poi insieme in auto prese un treno che arrivò in ritardo perché la sua linea era stata messa fuori uso da un fulmine. La Giovanna, che per arrivare a Roma nel luglio 2016 prende Italo e Italo risponde con la prima soppressione di una corsa nella sua giovane storia. Efficienza di Italo versus Giovanna 0-1. Luca Cordero di Montezuma poi è comunque riuscito a farla arrivare con la corsa successiva. Come scopriremo successivamente io e la Giovanna con i concerti ci portiamo fortuna, molto meno però quando cerchiamo di raggiungere i luoghi degli eventi.

La andiamo a prendere al capolinea dell’H con la mia macchina.

Entra dai, le faccio io.

-Magari, ma non c’è la maniglia.

Mi accorgo quindi solo allora che poco prima, per entrare a casa della Fra avevo preso stretto un cancello, così stretto che ho fatto la barba allo sportello posteriore destro con rasatura completa della maniglia d’apertura. M’importa sega, siamo a Roma, mi dico, ma intanto alla povera Ford mancava un altro pezzo. Un altro perché tre anni prima avevo grattato un angolo sempre da quelle parti lì nel tentativo di uscire dal parcheggio. Al prossimo concerto ci lascio il cofano.

-Mi devi capire, io non pensavo mica che fosse un casino così, ci chiudono dentro, non possiamo più uscire, fa caldo, i chioschi sono ancora chiusi, sono quasi 6 ore che stiamo qui e non so se ce la faccio, ho fame!

E ridaje! (semicit.), ma se ieri ti sei scofanata l’intero locale!

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In effetti la sera prima avevamo mangiato parecchio. Dopo esser stati a fare un sopralluogo al Circo Massimo, tanto il pit era già bruciato in mattinata, siamo .andati a berci qualcosa al Coming Out e poi abbiamo raggiunto Massimo (d’ora in poi Il Gosto, se no si confonde col Circo) e il suo amico DavidechefacevalevecidiCesare, cioè che ha tentato di prendere un numero per il secondo pit per l’altro amico di concerti Cesare che non era ancora arrivato. La Fra propone un posto che si rivelerà vincente, vicinissimo a casa sua, un po’ fuori dalle rotte turistiche: ci porta dal suo amico Romano, Pancione de cognome e de fatto. Er Barone, locale aperto da sei mesi dal suddetto Romano che più romano de così nun se potrebbe, persona squisita, dall’aspetto di un barbaro ma con una capacità di metterti a tuo agio fuori dal comune, come fuori dal comune sono la sua abilità e quella dello staff intero di cucinare pietanze paradisiache e di farti sentire a casa tua. Quest uomo, che ha avuto alterne fortune nella vita come scopriremo chiacchierando con lui tra una carbonara e uno scoglio, tra una Tennent’s fantastica e gli shottini di mirto che metteranno fuori uso quasi tutti i presenti, compreso il Gosto che rischierà di pagare cara la sua ingordigia, è in realtà un guru della cucina romanesca e il suo locale dovrebbe essere una meta obbligatoria per chiunque vada a Roma per qualsiasi motivo.

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Il Gosto…il Gosto è un amico. Un amico dai tempi dell’Università, stessa casa da studenti e grandi amicizie che dureranno per sempre. Un amico nelle cose belle come questa e nelle cose brutte, come quando andammo in Francia per portare l’ultimo saluto al nostro carissimo amico comune Franco, ma questa come si suol dire è un’altra storia. In ogni caso al Gosto gli voglio bene e anche lui me ne vuole. Son cose nostre. Ciò non toglie che non ci si prenda pesantemente per il culo, anzi. Ed infatti…

 

16 luglio 2016, ore 8 di mattina. Siamo davanti al gate 2 del Circo Massimo, in attesa di entrare. Mi chiama il Gosto al telefono. Sarà in ritardo e ci vuole avvertire, pensiamo.

-I biglietti! non ho i biglietti! ho lasciato la borsa in quel caxxx di posto di mxxx, xxx porcx, grunt, xxxmerdx porcaxxxxxxa (ad libitum)

Perfetto. Siamo all’ingresso, stanno per farci entrare, c’è anche Cesare -quello vero- che aspetta il suo biglietto che ha il Gosto assieme al proprio e il Gosto ha lasciato la borsa con i biglietti in un’osteria romana anche un po’ fuori mano che alle 8 di mattina non può che esser chiusa.

Il Gosto è un grande appassionato di musica e soprattutto di Bruce. Nel 2013 si è perso per pochissimo il concerto delle Capannelle, quello dove Springsteen ha suonato per la prima volta in carriera in Europa NYC Serenade, feticcio allucinazione di centinaia di migliaia di fan che si sono fatti decine di concerti senza mai riuscire a sentirla. Il Gosto è vicino alla trentina. Quel giorno ha potuto sentirla in diretta si, ma in lacrime ed attraverso il mio telefono, perché io c’ero, ma lui no. E qua senza biglietti si rischiava il bis.

Noi intanto entriamo tutti, primo varco senza bisogno di biglietto, cosicché anche Cesare intanto si unisce a noi ed iniziamo la doppia attesa. Del concerto e del Gosto.

Ne seguono 18 telefonate verso il mio cellulare più alcune perse, cronaca di tentativi di apertura anticipata del locale dove lui si era naturalmente appostato fin dalle 8.30, chiamando ripetutamente al telefono il Barone che è uno che se gli sei amico ti da’ il cuore, ma se pelo pelo ti prende sui coglioni allora dimenticateli (i coglioni, of course, perché potrebbe servirli alla vaccinara il giorno stesso a qualche avventuroso cliente).

In fila abbiamo spesso l’occasione di chiacchierare con perfetti sconosciuti che per il tempo dell’attesa si rivelano quasi come persone conosciute da sempre, poiché trovi sempre qualcosa di cui parlare quando hai in comune passioni forti per le quali ti sacrifichi volentieri. In questo frangenti mi dico sempre che se a governare vi fossero i popoli dei concerti il mondo sarebbe un posto migliore. Ma la fila mi ha permesso di conoscere meglio anche Cesare, finalmente.

Innanzitutto il suo istinto omicida verso l’amico Gosto era rientrato poiché alla fine, dopo innumerevoli telefonate, Er Barone s’era svegliato ed aveva aperto il locale permettendo il recupero di borsa e biglietti. Attraverso le sbarre della nostra prigione volontaria temporanea è avvenuto il passaggio del sospirato ticket, Cesare già dentro, Gosto fuori ben più lontano dall’entrare ma che, per problemi legati all’organizzazione ed all’ordine pubblico, entrerà alla fine nell’ovale prima di noi trovando per tutti un ottimo posto alla destra del palco.

Io e Cesare ci siamo sempre sfiorati nella conoscenza diretta ai concerti del Boss, finché al volo ce l’abbiamo fatta a stringerci la mano e fare due chiacchiere alla prima data di Milano 2016. Barba, occhiali a specchio, cappellino da pescatore ormai distrutto da 35 anni di concerti, una cultura musicale invidiabile -ne sa sicuramente più di me- ed una pazienza quasi infinita legata all’esperienza maturata in lustri di file e pit in lungo e in largo per l’Europa. Ha un figlio che ogni volta che torna a casa gli chiede quando metterà la testa a posto. Elliott Murphy l’ho scoperto grazie a lui, probabilmente il fan numero 1 di un artista tanto grande quanto misconosciuto. Un disco di debutto favoloso, stesso periodo degli esordi di Bruce. Bruce poi è diventato quello che è, Elliott è sempre rimasto nel sottobosco degli artisti che meriterebbero di più da un pubblico un po’con i paraocchi, ma tant’è. Proprio negli ultimi anni la gente lo sta riscoprendo, in effetti anch’io ho fatto così.

Nel frattempo Francesca litiga con uno della security per poter farci restituire almeno lo zaino se non il posto vicino a loro che avevamo prima del pit stop al bagno chimico. Malumori vari prima del passaggio attraverso i vari varchi della sicurezza, necessari dopo i fatti di Nizza di pochi giorni prima, ma alla fine si passa.

Il Circo Massimo col sole battente è un discreto spettacolo, questo ovalone allungatissimo con la gente che corre verso il palco, il vento soffia alleviando un po’ la calura ma ci butta anche tanta polvere negli occhi, trasformandoci tutti in tuareg europei, rossicci anziché blu.

Troviamo la Francesca che si era fermata ad aspettarci, allestiamo un posto abbastanza vicino al palco dove stenderci, andiamo finalmente a mangiare qualcosa. In quel momento degli altri era persa ogni traccia. Facendo un giro del Circo le carenze logistiche ed organizzative si facevano vedere. Due sole rampe di scale per scendere nell’ovale, una a mezza altezza, l’altra dedicata agli ingressi pit dove si imbucheranno poi, anche a concerto iniziato, vip, pseudovip e raccomandati. Semo a Roma. Per ordine di non so chi le rampe di scale erano ridotte a due perché all’evento precedente degli Stones l’applicazione di sei di quelle strutture aveva prodotto “danni irreparabili” al monumento. Se andate a vedere il Circo Massimo vi accorgerete che i danni irreparabili non li fanno certo quattro paletti ben montati…il risultato sarà che se fosse accaduto qualcosa, i ritardi nei soccorsi sarebbero stati eccessivi.

-Prima ero talmente esausta che non riuscivo più a ricordare che faccia hanno i miei figli!

Vuoi dire che ad un certo punto hai pensato qualcosa del tipo ma chi me l’ha fatto fare?

-per un attimo ci ho anche pensato, ti dico la verità. Ora però sto meglio, ma di sicuro domani avrò la schiena a pezzi..

Dai, domani ricorderai ben altro…

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Il Gosto ci chiama dicendo che ha trovato un buon posto e che ce lo sta tenendo. ci troviamo alla fine nel nostro posto definitivo, all’inizio della discesa nell’ovale alla destra del palco, proprio attaccati al famigerato ingresso imbucati del pit, con buona pace di chi si è fatto un mazzo tanto da giorni prima per esserci dentro. Alla fine siamo tutti e cinque riuniti, sempre più stretti perché la concentrazione umana sta aumentando. Entro qualche ora non si vedrà più un metro libero. Al solito, gente che arriva e ti si mette davanti, gente che si imbuca e gente che fa l’errore di mettersi davanti a Cesare mentre suonano i Counting Crows, dicendogli “ma che t’arrabbi a fare, che non è ancora cominciato”. Non a caso prima avevo parlato di pazienza quasi infinita. Quasi.
Quasi ci rimette il naso, il malcapitato, che si mette lesto lesto a sedere vista la mala parata.
Cominciamo ad essere un po’ stanchi, il sole non darà tregua fino al suo tramonto e vedere gente che continua ad imbucarsi nell’area pit, dove noi non siamo riusciti ad entrare, non è cosa simpatica.

Manca poco.

Eccoci.

C’era una volta il West.

Alla spicciolata entra tutta la E-Street Band. Entrano anche altri musicisti con strumenti a corda in mano.

Esce lui, nel boato della folla. Un mare di cuori rossi sventola nel pit.

Chitarra in spalla,guarda attonito lo spettacolo di noi nell’ovale, circondati dalle rovine della città eterna, in un tramonto da favola.

Ciao Roma!

.Lo schermo centrale riprende Roy Bittan al piano.

Due note.

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E tutto il mondo intorno a noi sparisce, assieme ai nostri problemi, lo stress, la fatica, la stanchezza, la sete, la fame.

Sorriso da paresi facciale stampato in faccia, occhi gonfi di lacrime dall’emozione, inebetiti da quella tempesta di bellezza che si sta abbattendo su di noi.

New York City Serenade.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il mio Gianluca

“Che ci fai qui Claudio?”

“che ci fai qui te, Gianluca!”

Ci conoscevamo già da tempo, compaesani fornacini, il grande Tronca amico del Cencio, del Claudio mì cugino, fratello del Nicola che era in classe con me alle medie, figlio maggiore della Renza che, pur non avendola mai avuta a scuola come maestra, conoscevo lo stesso piuttosto bene.

Il Tronca, quello che quando io ero bimbetto, lui dieci anni di più –neanche tanti, ma a quelle età scolari facevano la differenza- quello grande della combriccola del mì cugino, figliolo della Lisi -sorella dello Zimbo– e del Vitaliano, puntualmente si presentava a portare allegria verso la fine del pranzo tradizionale di Capodanno che la Lisina allestiva con la maestria che solo lei possedeva.

Di quei pranzi ricordo poche cose: l’allegria familiare, il profumo dei famosi crostini che la Lisi preparava con imbattuta perizia e, appunto, I fragorosi ingressi del Tronca che veniva a portarsi via il Claudio (non io, quell’altro. Della fantasia della mia famiglia nell’affibbiare nomi parlerò poi. Per la cronaca anche mi pà si chiamerebbe Claudio) per le loro scorribande giovanili di inizio anno.

Il Tronca, che poi a me quel soprannome pareva anche un po’ offensivo, perché a me non sembrava già allora solo uno che spaccava porte ma uno che sapeva il fatto suo, nascosto dietro quell’allegria e quell’ottimismo che per fortuna possiedo anch’io e che, forse, devo anche a lui. Troncausci, perché la leggenda narrava che alle Scuole Elementari una volta avesse chiuso –o aperto, non si sa- una di quelle grosse porte pesanti di legno delle aule, troncandola per l’impeto messo nell’azione.

Il Tronca,che nonostante il soprannome si era iscritto a Veterinaria a Pisa e si era anche laureato, in barba a chi pensava fosse solo un simpatico guascone rompiporte.

Il Tronca, che era il veterinario del mio primo cane, la Elly, che veniva a visitare a casa portando professionalità e sorrisi alla mia mamma. È anche colpa sua se alla fine ho scelto di fare il suo stesso mestiere.

Il Tronca, che al mio matrimonio si mise a cantare offrendo divertimento per tutti, dandomi ancor di più l’orgoglio di averlo come amico.

Perché io a Gianluca devo anche molto, ma questo si capirà più avanti. O lo sapete già?

 

“Eh, son venuto a prendere l’originale della laurea e dell’attestato di abilitazione professionale perché ho vinto un concorso alla USL. E te?”

“io Sono venuto a presentare la mia tesi di laurea, son quasi in fondo ormai”

“Allora te finisci presto e poi vienimi a trovare per imparare la professione, che poi si vede”

 

Era il 1992. Mi laureai in luglio e da subito iniziai a frequentare il suo Studio a Bagni di Lucca. Imparai tutto da lui, a fare meno errori possibili e a riconoscere le principali malattie degli animali che venivano portati a visita.

Mi portava anche nelle stalle, a fare visite e prelievi. Ricordo una stalla in alta Garfagnana dove mi insegnò a prelevare il sangue  dalla vena caudale delle vacche.

Era facile. Passai l’esame, anche se puzzai di merda di vacca per giorni, visto che alcune di esse per ringraziarmi di averle prese per la coda mi cacarono simpaticamente addosso.

Avete presente dei getti di alcuni chili di quella roba lì? Ecco.

Mi testava. Nel contempo ci raccontavamo, si chiacchierava, diventammo amici.

Spesso rimanevamo fuori oltre l’orario e andavamo a fare le visite domiciliari notturne.

Qualche volta ci presentavamo a casa della gente anche alle dieci, dieci e mezzo di sera.

Il bello è che non ci buttavano mai fuori, anzi, ci aspettavano comunque fino a tardi.

Erano altri tempi.

Altre volte ce ne andavamo a magiare una pizza da Vinicio, dove famose erano due cose:

la pizza e i giganteschi litigi tra Vinicio e suo figlio, con moccoli e piatti che volavano ad altezza testa.

Oppure al Caffè Del Sonno. Più tranquilli lì, come il nome del locale, oppure rimanevamo direttamente a mangiare a casa di chi ci chiamava per una visita a casa del proprio cane o gatto.

La gente di Bagni di Lucca, Fornoli, Crasciana, Casabasciana, Brandeglio, San Cassiano, Montefegatesi e di tutti gli altri paesini vicini l’ho conosciuta così. Col Tronca.

Era bravo con i pazienti, era bravo con i loro padroni. Gli volevano bene e si vedeva.

Non trovava mai la via per tornare a casa.

Qualche volta gli prendeva sonno e allora si fermava con la macchina a mezza via, si faceva una dormitina di un paio d’ore o più e poi riprendeva la strada di casa.

Nel contempo l’Annamaria, la moglie, aveva già allertato la Misericordia, i Pompieri, la Stradale e aveva telefonato ai vari bar tra Bagni di Lucca e Castelnuovo per sapere se Gianluca fosse passato da lì.
Se in Italia ci fossero state le Giubbe Rosse avrebbe chiamato anche quelle.

Ma lui era fatto così. Tornava a casa, un sorriso, una litigata di quelle bianche e tutto tornava a posto.

Ah già, allora i telefonini erano solo per i cittadini. Bei tempi.

Nel periodo in cui lavorò come libero professionista era maledettamente bravo, in un periodo in cui la veterinaria era soprattutto visita clinica, termometro e microscopio lui era un ottimo clinico.

Anche un grande insegnante, le mie basi ed oltre le devo a lui. Poi diventò la norma anche per me, ma rimanevo affascinato quando con la sole cose che gli raccontavano i proprietari di animali al telefono, già sapeva di cosa si trattasse.

“vai su dalla Piera a Vallico Sopra, ha un maiale che non mangia con delle macchie rosse sulla pelle. Misuragli la febbre, se ce l’ha è malrossino, fagli una puntura di Tylan e lasciale il flacone”

“Vedi questa cagna? Non mangia, beve tanto, è andata in calore due mesi fa, ora ha le perdite. Se non è piometra questa smetto di fa il veterinario!”

Il suo modo di insegnare il suo sapere, mai supponente, sempre positivo, sempre umile e sempre pronto a mettersi in discussione non erano da tutti.

Ho avuto la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto. Uscito dall’Università, lui aveva appena vinto il concorso alla USL ed aveva bisogno di lasciare l’attività liberoprofessionale.

Con la sua solita semplicità mi disse se volevo rilevare il suo ambulatorio. Ora immaginate uno che si, va ad imparare il mestiere da un collega, ma che non ha idea di cosa farà nell’immediato perché non ci ha ancora pensato o non ci vuole proprio pensare, e si sente dire se voglio il suo ambulatorio, già ben avviato e con clientela numerosa.

“Si, ma come faccio a pagarti?”

“Non c’è problema, mi paghi piano piano con i profitti dell’ambulatorio, io ti affianco per un paio d’anni così conosci tutti mentre diventi un bravo veterinario”.

Gianluca era così. Semplice, positivo ed altruista. Ed andò proprio così.
Fummo colleghi instancabili fino al 1997 circa, anno in cui finì il suo percorso di affiancamento con me e mi lasciò aprire le ali da solo. E mi mancò già lì la sua presenza.

Nel frattempo mi ero sposato e del suo spettacolo canoro ho già detto, che se non fosse stato per la moglie che lo moderava sarebbe ancora lì a cantare con tutti.

Per tutti quegli anni il suo più fedele amico era il Doc, un Breton maschio che ha lasciato più figli lui in Mediavalle e in Garfagnana che il Dr Viglione ai tempi d’oro.

“Gianluca, c’ho un cane qui che mi sembra il tuo, io è tre giorni che gli d da mangiare e son tre giorni che mi tromba la cagna. Lo vieni a prendere?

“Eh si mi sa che è il mio, son giusto tre giorni che m’è scappato, domani lo vengo a prende, ‘un ti preoccupà!”

Ci rido ancora.

Dopo ci vedevamo più di rado, ma andavamo ogni tanto a mangiare qualcosa assieme oppure ci vedevamo in giro per lavoro, lui per l’ASL, io per le mie domiciliari, oppure a cena con le rispettive mogli.

E ancora lo andavo a vedere ed ascoltare nelle sue attività teatrali, che aveva intensificato avendo più tempo libero da dedicarci.

Ci vedemmo poi per una occasione ufficiale, verso metà 2013. L’Ordine dei Medici Veterinari di Lucca, di cui sono tuttora consigliere, aveva deciso di dare un premio “alla carriera” ai laureati da trent’anni. Naturalmente pretesi che il suo premio glielo consegnassi io, che gli dovevo così tanto.
Quel gesto simbolico mi parve molto bello.

Sapevo già che gli era stato diagnosticato un linfoma, quella sera ne parlammo un po’, con fiducia verso le terapie che avrebbe intrapreso da lì a una settimana.

Stava bene.

Solo poche settimane fa la signora Anna, la segretaria storica dell’Ordine nonché conoscente trentennale di Gianluca, mi disse che in quell’occasione lui gli confidò cheormai ne aveva per poco, visto quello che aveva.

Era ottimista ma era anche lucido.

Nell’ultimo anno Gianluca ha avuto alti e bassi con le terapie. Quando sembrava che tutto fosse andato per il meglio però un crollo delle sue difese con febbre persistente ne richiesero un nuovo ricovero, a Castelnuovo prima e poi a Lucca, al San Luca.

Era poco prima di Natale 2014.

A Castelnuovo lo trovai sempre combattivo, in cuor suo sapeva che sarebbe stato molto difficile ma non disperava di uscire anche da quella situazione.

Ad un certo punto lo chiama al telefono la mamma, la Renza: “come vuoi che vada,mamma? Male”

Da fuori feci finta di nulla, da dentro in quel momento sono morto io. Era la resa.

Un aggravamento la sera stessa lo portò appunto in terapia intensiva al San Luca, dove ha resistito un’altra decina di giorni.

Lo andai a trovare per Santo Stefano.

Era stanco, visibilmente provato ed incredulo di avere così poche forze, perché finché si è vivi non si pensa mai di morire.

Gli altri muoiono, non noi.

Era sempre lui, ma gli occhi erano stanchi, lucidi, forse sopraffatti.

Abbiamo chiacchierato un po, in quella stanza piena di monitor, ma comunque spaziosa e paradossalmente accogliente.

Credo fosse contento che ero andato a trovarlo.

Mi ha lasciato con un “Grazie Claudio”.

Grazie a te Gianluca, di tutto.

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