La Tempesta Perfetta

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-Non ce la faccio più.

Aspetta, le dico io. Aspetta e vedrai che stasera tutto questo sarà cancellato in un attimo.

-Ma io  ho fame,sete,sono stanca!

Vabbè dai, ieri sera hai mangiato per una settimana, vedi di reggere un po’. Qua son romani, funziona tutto un po’ così.

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Il viaggio era cominciato sotto i soliti auspici, per tutti i protagonisti di quest avventura. Anche per Francesca, che è romana, ma si sa che in un modo o nell’altro si è sempre in viaggio. In effetti lei è in viaggio da molto tempo, con alterne fortune. Tre anni prima ci eravamo detti che forse non ci sarebbe più ricapitato, visto che quando c’è un tumore di mezzo non lo sai mai se tra tre anni ci sarai ancora, però intanto rieccoci qua, a smoccolare -parecchio, a dire il vero- sulla vita puttana che a volte è davvero un po’ cattiva. Francesca è mia amica da sempre, da quasi quarant’anni oramai. Erano tre fratelli e una mamma burbera ma unica, la Giuliana. Che donna la Giuliana! Nel 1983 andai ad abitare da loro a Roma per un mese, perché di Roma era la mia prima vera ragazza importante, la Carla. Allora la Giuliana era già vedova e tirava su quei tre ragazzi come solo una mamma può fare, nonostante tutto e contro tutti. Carlo, Giulio e Francesco. No non è un refuso, ho scritto proprio Francesco. Dei tre devo dire che avevo legato più di tutti con Francesco. Loro erano i nipoti della farmacista del mio paese e ci conoscemmo proprio lì, qualche vita fa. Giulio era il più grande, simpatico sbruffone come alla fine tutti i romani. Carlo il più piccolo, classe 1965, la mia stessa età.

E poi Francesco, il mezzano, il più alto, anche il più intelligente. Quello che mi disse, in tempi non sospetti, che un giorno la musica l’avremmo ascoltata (anche Bruce!) attraverso memorie a stato solido. Era avanti, il ragazzo. Nel 1983 stava uscendo il cd come supporto musicale eterno. “Il cd nasce già morto” fu la sua sentenza, e aveva ragione.

Dopo quell’estate ci perdemmo un po’ di vista, rividi Carlo una dozzina di anni dopo al mio paese, visibilmente ancora scioccato da una delusione amorosa. Poi la vita va avanti e ti fa dei regali casuali. Qualche anno fa incontro per caso la suddetta zia, oramai pensionata, che mi racconta, schifata come solo un cattolico oltranzista può fare, che  suo nipote Francesco si era fatto trans (sic) ed ora era un “ibrido”e che era come se l’avessero ammazzata…In ogni caso mi fu facile, a quel punto, ringraziare la zia – e sbarazzarmi di una persona così abietta –  che comunque mi aveva dato modo di recuperare informazioni per trovare,a questo punto, la mia amica Francesca Eugenia. Donna a tutti gli effetti, anche legalmente.

Ricominciammo a sentirci, telefono e skype, sia con lei che con la Giuliana. Per alcuni mesi  ogni tanto ci sentivamo e ridevamo pure assai, con la mamma che continuava a chiamarmi Stefanino ed a ricordarmi di come si preoccupava, quell’estate 1983, quando ero stato loro ospite. Nel frattempo Giulio era morto anzitempo per un tumore e Carlo aveva seri problemi con se stesso.

Un giorno mi chiama Francesca dicendomi che mamma stava male ed era ricoverata all’ospedale. Il tempo di organizzarmi e, dopo 29 anni che non ci vedevamo, rividi sia Francesca che Giuliana, nella sua stanza nella clinica sull’Aurelia. Pare che fossero settimane che non sorrideva: lo fece di nuovo vedendomi e di questo Francesca mi ringrazia sempre. La giuliana morì da lì ad un mese. Con la Francesca rimanemmo d’accordo di vederci più spesso e la nuova occasione fu il concerto di Springsteen alle Capannelle nel 2013, dove riscoprì tutta l’emozione e la carica che quell’uomo può dare a chiunque. Fu talmente bello che ci chiedemmo seriamente se avesse potuto ripetersi ancora un’occasione così.

Si! poteva accadere di nuovo.

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-Devo fare la pipì. Mi accompagni?

Certo che ti accompagno, anche se… vabbé dai, magari la faccio anch’io.

Ci allontaniamo dalla fila sotto il sole per andare a chiuderci dentro un Sebach, con quel piccolo presentimento che forse non era il momento giusto, ed infatti al nostro ritorno la fila si era mossa, qualche security man aveva aperto le cateratte e noi avevamo perso posto e amici, Cesare, Francesca e la Giovanna.

 

La Giovanna. La mia amica di concerti Giovanna, amica fisica comune di Renzo l’uruguagio, conosciuta telematicamente giocando a Ruzzle e proprio sulla chat di Ruzzle ci venne in mente di unire le forze per andarci a vedere il Boss a Roma alle Capannelle nel luglio 2013. La Giovanna, che lei e i treni proprio non vanno d’accordo. Reggiana, per raggiungermi a Lucca e proseguire poi insieme in auto prese un treno che arrivò in ritardo perché la sua linea era stata messa fuori uso da un fulmine. La Giovanna, che per arrivare a Roma nel luglio 2016 prende Italo e Italo risponde con la prima soppressione di una corsa nella sua giovane storia. Efficienza di Italo versus Giovanna 0-1. Luca Cordero di Montezuma poi è comunque riuscito a farla arrivare con la corsa successiva. Come scopriremo successivamente io e la Giovanna con i concerti ci portiamo fortuna, molto meno però quando cerchiamo di raggiungere i luoghi degli eventi.

La andiamo a prendere al capolinea dell’H con la mia macchina.

Entra dai, le faccio io.

-Magari, ma non c’è la maniglia.

Mi accorgo quindi solo allora che poco prima, per entrare a casa della Fra avevo preso stretto un cancello, così stretto che ho fatto la barba allo sportello posteriore destro con rasatura completa della maniglia d’apertura. M’importa sega, siamo a Roma, mi dico, ma intanto alla povera Ford mancava un altro pezzo. Un altro perché tre anni prima avevo grattato un angolo sempre da quelle parti lì nel tentativo di uscire dal parcheggio. Al prossimo concerto ci lascio il cofano.

-Mi devi capire, io non pensavo mica che fosse un casino così, ci chiudono dentro, non possiamo più uscire, fa caldo, i chioschi sono ancora chiusi, sono quasi 6 ore che stiamo qui e non so se ce la faccio, ho fame!

E ridaje! (semicit.), ma se ieri ti sei scofanata l’intero locale!

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In effetti la sera prima avevamo mangiato parecchio. Dopo esser stati a fare un sopralluogo al Circo Massimo, tanto il pit era già bruciato in mattinata, siamo .andati a berci qualcosa al Coming Out e poi abbiamo raggiunto Massimo (d’ora in poi Il Gosto, se no si confonde col Circo) e il suo amico DavidechefacevalevecidiCesare, cioè che ha tentato di prendere un numero per il secondo pit per l’altro amico di concerti Cesare che non era ancora arrivato. La Fra propone un posto che si rivelerà vincente, vicinissimo a casa sua, un po’ fuori dalle rotte turistiche: ci porta dal suo amico Romano, Pancione de cognome e de fatto. Er Barone, locale aperto da sei mesi dal suddetto Romano che più romano de così nun se potrebbe, persona squisita, dall’aspetto di un barbaro ma con una capacità di metterti a tuo agio fuori dal comune, come fuori dal comune sono la sua abilità e quella dello staff intero di cucinare pietanze paradisiache e di farti sentire a casa tua. Quest uomo, che ha avuto alterne fortune nella vita come scopriremo chiacchierando con lui tra una carbonara e uno scoglio, tra una Tennent’s fantastica e gli shottini di mirto che metteranno fuori uso quasi tutti i presenti, compreso il Gosto che rischierà di pagare cara la sua ingordigia, è in realtà un guru della cucina romanesca e il suo locale dovrebbe essere una meta obbligatoria per chiunque vada a Roma per qualsiasi motivo.

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Il Gosto…il Gosto è un amico. Un amico dai tempi dell’Università, stessa casa da studenti e grandi amicizie che dureranno per sempre. Un amico nelle cose belle come questa e nelle cose brutte, come quando andammo in Francia per portare l’ultimo saluto al nostro carissimo amico comune Franco, ma questa come si suol dire è un’altra storia. In ogni caso al Gosto gli voglio bene e anche lui me ne vuole. Son cose nostre. Ciò non toglie che non ci si prenda pesantemente per il culo, anzi. Ed infatti…

 

16 luglio 2016, ore 8 di mattina. Siamo davanti al gate 2 del Circo Massimo, in attesa di entrare. Mi chiama il Gosto al telefono. Sarà in ritardo e ci vuole avvertire, pensiamo.

-I biglietti! non ho i biglietti! ho lasciato la borsa in quel caxxx di posto di mxxx, xxx porcx, grunt, xxxmerdx porcaxxxxxxa (ad libitum)

Perfetto. Siamo all’ingresso, stanno per farci entrare, c’è anche Cesare -quello vero- che aspetta il suo biglietto che ha il Gosto assieme al proprio e il Gosto ha lasciato la borsa con i biglietti in un’osteria romana anche un po’ fuori mano che alle 8 di mattina non può che esser chiusa.

Il Gosto è un grande appassionato di musica e soprattutto di Bruce. Nel 2013 si è perso per pochissimo il concerto delle Capannelle, quello dove Springsteen ha suonato per la prima volta in carriera in Europa NYC Serenade, feticcio allucinazione di centinaia di migliaia di fan che si sono fatti decine di concerti senza mai riuscire a sentirla. Il Gosto è vicino alla trentina. Quel giorno ha potuto sentirla in diretta si, ma in lacrime ed attraverso il mio telefono, perché io c’ero, ma lui no. E qua senza biglietti si rischiava il bis.

Noi intanto entriamo tutti, primo varco senza bisogno di biglietto, cosicché anche Cesare intanto si unisce a noi ed iniziamo la doppia attesa. Del concerto e del Gosto.

Ne seguono 18 telefonate verso il mio cellulare più alcune perse, cronaca di tentativi di apertura anticipata del locale dove lui si era naturalmente appostato fin dalle 8.30, chiamando ripetutamente al telefono il Barone che è uno che se gli sei amico ti da’ il cuore, ma se pelo pelo ti prende sui coglioni allora dimenticateli (i coglioni, of course, perché potrebbe servirli alla vaccinara il giorno stesso a qualche avventuroso cliente).

In fila abbiamo spesso l’occasione di chiacchierare con perfetti sconosciuti che per il tempo dell’attesa si rivelano quasi come persone conosciute da sempre, poiché trovi sempre qualcosa di cui parlare quando hai in comune passioni forti per le quali ti sacrifichi volentieri. In questo frangenti mi dico sempre che se a governare vi fossero i popoli dei concerti il mondo sarebbe un posto migliore. Ma la fila mi ha permesso di conoscere meglio anche Cesare, finalmente.

Innanzitutto il suo istinto omicida verso l’amico Gosto era rientrato poiché alla fine, dopo innumerevoli telefonate, Er Barone s’era svegliato ed aveva aperto il locale permettendo il recupero di borsa e biglietti. Attraverso le sbarre della nostra prigione volontaria temporanea è avvenuto il passaggio del sospirato ticket, Cesare già dentro, Gosto fuori ben più lontano dall’entrare ma che, per problemi legati all’organizzazione ed all’ordine pubblico, entrerà alla fine nell’ovale prima di noi trovando per tutti un ottimo posto alla destra del palco.

Io e Cesare ci siamo sempre sfiorati nella conoscenza diretta ai concerti del Boss, finché al volo ce l’abbiamo fatta a stringerci la mano e fare due chiacchiere alla prima data di Milano 2016. Barba, occhiali a specchio, cappellino da pescatore ormai distrutto da 35 anni di concerti, una cultura musicale invidiabile -ne sa sicuramente più di me- ed una pazienza quasi infinita legata all’esperienza maturata in lustri di file e pit in lungo e in largo per l’Europa. Ha un figlio che ogni volta che torna a casa gli chiede quando metterà la testa a posto. Elliott Murphy l’ho scoperto grazie a lui, probabilmente il fan numero 1 di un artista tanto grande quanto misconosciuto. Un disco di debutto favoloso, stesso periodo degli esordi di Bruce. Bruce poi è diventato quello che è, Elliott è sempre rimasto nel sottobosco degli artisti che meriterebbero di più da un pubblico un po’con i paraocchi, ma tant’è. Proprio negli ultimi anni la gente lo sta riscoprendo, in effetti anch’io ho fatto così.

Nel frattempo Francesca litiga con uno della security per poter farci restituire almeno lo zaino se non il posto vicino a loro che avevamo prima del pit stop al bagno chimico. Malumori vari prima del passaggio attraverso i vari varchi della sicurezza, necessari dopo i fatti di Nizza di pochi giorni prima, ma alla fine si passa.

Il Circo Massimo col sole battente è un discreto spettacolo, questo ovalone allungatissimo con la gente che corre verso il palco, il vento soffia alleviando un po’ la calura ma ci butta anche tanta polvere negli occhi, trasformandoci tutti in tuareg europei, rossicci anziché blu.

Troviamo la Francesca che si era fermata ad aspettarci, allestiamo un posto abbastanza vicino al palco dove stenderci, andiamo finalmente a mangiare qualcosa. In quel momento degli altri era persa ogni traccia. Facendo un giro del Circo le carenze logistiche ed organizzative si facevano vedere. Due sole rampe di scale per scendere nell’ovale, una a mezza altezza, l’altra dedicata agli ingressi pit dove si imbucheranno poi, anche a concerto iniziato, vip, pseudovip e raccomandati. Semo a Roma. Per ordine di non so chi le rampe di scale erano ridotte a due perché all’evento precedente degli Stones l’applicazione di sei di quelle strutture aveva prodotto “danni irreparabili” al monumento. Se andate a vedere il Circo Massimo vi accorgerete che i danni irreparabili non li fanno certo quattro paletti ben montati…il risultato sarà che se fosse accaduto qualcosa, i ritardi nei soccorsi sarebbero stati eccessivi.

-Prima ero talmente esausta che non riuscivo più a ricordare che faccia hanno i miei figli!

Vuoi dire che ad un certo punto hai pensato qualcosa del tipo ma chi me l’ha fatto fare?

-per un attimo ci ho anche pensato, ti dico la verità. Ora però sto meglio, ma di sicuro domani avrò la schiena a pezzi..

Dai, domani ricorderai ben altro…

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Il Gosto ci chiama dicendo che ha trovato un buon posto e che ce lo sta tenendo. ci troviamo alla fine nel nostro posto definitivo, all’inizio della discesa nell’ovale alla destra del palco, proprio attaccati al famigerato ingresso imbucati del pit, con buona pace di chi si è fatto un mazzo tanto da giorni prima per esserci dentro. Alla fine siamo tutti e cinque riuniti, sempre più stretti perché la concentrazione umana sta aumentando. Entro qualche ora non si vedrà più un metro libero. Al solito, gente che arriva e ti si mette davanti, gente che si imbuca e gente che fa l’errore di mettersi davanti a Cesare mentre suonano i Counting Crows, dicendogli “ma che t’arrabbi a fare, che non è ancora cominciato”. Non a caso prima avevo parlato di pazienza quasi infinita. Quasi.
Quasi ci rimette il naso, il malcapitato, che si mette lesto lesto a sedere vista la mala parata.
Cominciamo ad essere un po’ stanchi, il sole non darà tregua fino al suo tramonto e vedere gente che continua ad imbucarsi nell’area pit, dove noi non siamo riusciti ad entrare, non è cosa simpatica.

Manca poco.

Eccoci.

C’era una volta il West.

Alla spicciolata entra tutta la E-Street Band. Entrano anche altri musicisti con strumenti a corda in mano.

Esce lui, nel boato della folla. Un mare di cuori rossi sventola nel pit.

Chitarra in spalla,guarda attonito lo spettacolo di noi nell’ovale, circondati dalle rovine della città eterna, in un tramonto da favola.

Ciao Roma!

.Lo schermo centrale riprende Roy Bittan al piano.

Due note.

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E tutto il mondo intorno a noi sparisce, assieme ai nostri problemi, lo stress, la fatica, la stanchezza, la sete, la fame.

Sorriso da paresi facciale stampato in faccia, occhi gonfi di lacrime dall’emozione, inebetiti da quella tempesta di bellezza che si sta abbattendo su di noi.

New York City Serenade.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Time

Facciate schiaffeggiate dal tempo

Facce intonacate alla meglio

Quadri staccati

Silenzio opprimente

Qualcuno parla

Solo una radio che suona

Scale sconnesse

Come le vite passate di qui

Je suis Sally

In questo colloquio immaginario, condito dall’ascolto -doloroso- di Sally di Vasco, mi scorrono davanti agli occhi le immagini di te statuaria, altera ma fragile allo stesso tempo, lo sguardo velato di tristezza ( sad eyes never lie…) e comunque proteso in avanti, mai a guardare in basso…

Una donna con brutte storie alle spalle, ma sono state proprio sbagliate queste storie? o sono state esperienze diverse, che quando le vivevi erano belle ma il cui ricordo, poi, portava solo dolore, rimpianto, rassegnazione, perché ci hanno insegnato che l’amore non muore mai e che le storie durano per sempre ma poi in realtà non è quasi mai così…

“Questo è solo l’inizio”

Si, cara la mia Sally, quella frase aveva un senso, era così forte e vera che te la ripetevo spesso, perché in realtà c’era del gran bello da sviluppare…abbiamo viaggiato, abbiamo sognato, abbiamo fatto l’amore, abbiamo litigato sui nostri caratteri spigolosi, ci siamo aspettati, abbiamo girato aeroporti in lungo e in largo e aspettato di separarci solo all’ultimo secondo, abbiamo parlato, quanto abbiamo parlato…

e sai cosa c’è, la tua bellezza sta anche nella tua fragilità, nella tua voglia di darti ma sempre a modo tuo, nel tuo attaccamento ai tuoi luoghi, ai tuoi cari, quell’ attaccamento forte e responsabile che ti fa pensare che solo tu possa gestire certe situazioni.

Sally, la verità è che nessuno, nessuno è indispensabile, o meglio non si può pensare che senza di noi certe cose non possono andare perché si finisce col rovinare la nostra stessa vita. Non si può essere sempre arrabbiati col mondo, il mondo è così e lo sarà sempre, un po’ giusto e un po’ no, a seconda dei punti di vista degli attori in gioco.

Perché vedi Sally, la vita e le scelte non sono mai facili per nessuno. Tu lo sai, io lo so. La paura di sbagliare ancora, la paura dei cambiamenti, la paura e basta, irrazionale, che frena la corsa verso la vita, che crea rimpianti, rimorsi, chiude le bocche, blocca le parole è una puttana bastarda che castra le aspettative e gli amori più forti.

Ammazzandoli.

O modificandoli per rendere meno amara la realtà.

A me, Sally, è accaduto questo. A forza di cercare di saltare su di un treno in corsa e di frenarlo con le mie mani nelle tue e le tasche piene di sassi per avere più forza, è accaduto proprio questo. Un sentimento eterno, stabile, diverso. Un bene dell’anima.

Ma che a te, comprendo, non può andare bene, almeno per ora. E col tuo carattere potrebbe non andarti bene mai, ma non è vero che non è mai successo nulla, non è vero che non c’è mai stato nulla, non è vero che sei un cristallo di Boemia esploso in mille inutili pezzi, non è vero che non sei mai stata amata, non è vero che era tutta una finzione.

Non è vero che i frammenti inutili finiranno dimenticati in mezzo al campo, perché nessuno ce li butterà, ma si ricomporranno piano piano in un altro vaso scintillante. Che vivere ne vale sempre la pena, mamma o non mamma.

Perché Sally, non te l’ho ancora detto, ma anch’io sono un po’ Sally.
Siamo tutti Sally, prima o poi.

con amore infinito

Sally

Il mio Gianluca

“Che ci fai qui Claudio?”

“che ci fai qui te, Gianluca!”

Ci conoscevamo già da tempo, compaesani fornacini, il grande Tronca amico del Cencio, del Claudio mì cugino, fratello del Nicola che era in classe con me alle medie, figlio maggiore della Renza che, pur non avendola mai avuta a scuola come maestra, conoscevo lo stesso piuttosto bene.

Il Tronca, quello che quando io ero bimbetto, lui dieci anni di più –neanche tanti, ma a quelle età scolari facevano la differenza- quello grande della combriccola del mì cugino, figliolo della Lisi -sorella dello Zimbo– e del Vitaliano, puntualmente si presentava a portare allegria verso la fine del pranzo tradizionale di Capodanno che la Lisina allestiva con la maestria che solo lei possedeva.

Di quei pranzi ricordo poche cose: l’allegria familiare, il profumo dei famosi crostini che la Lisi preparava con imbattuta perizia e, appunto, I fragorosi ingressi del Tronca che veniva a portarsi via il Claudio (non io, quell’altro. Della fantasia della mia famiglia nell’affibbiare nomi parlerò poi. Per la cronaca anche mi pà si chiamerebbe Claudio) per le loro scorribande giovanili di inizio anno.

Il Tronca, che poi a me quel soprannome pareva anche un po’ offensivo, perché a me non sembrava già allora solo uno che spaccava porte ma uno che sapeva il fatto suo, nascosto dietro quell’allegria e quell’ottimismo che per fortuna possiedo anch’io e che, forse, devo anche a lui. Troncausci, perché la leggenda narrava che alle Scuole Elementari una volta avesse chiuso –o aperto, non si sa- una di quelle grosse porte pesanti di legno delle aule, troncandola per l’impeto messo nell’azione.

Il Tronca,che nonostante il soprannome si era iscritto a Veterinaria a Pisa e si era anche laureato, in barba a chi pensava fosse solo un simpatico guascone rompiporte.

Il Tronca, che era il veterinario del mio primo cane, la Elly, che veniva a visitare a casa portando professionalità e sorrisi alla mia mamma. È anche colpa sua se alla fine ho scelto di fare il suo stesso mestiere.

Il Tronca, che al mio matrimonio si mise a cantare offrendo divertimento per tutti, dandomi ancor di più l’orgoglio di averlo come amico.

Perché io a Gianluca devo anche molto, ma questo si capirà più avanti. O lo sapete già?

 

“Eh, son venuto a prendere l’originale della laurea e dell’attestato di abilitazione professionale perché ho vinto un concorso alla USL. E te?”

“io Sono venuto a presentare la mia tesi di laurea, son quasi in fondo ormai”

“Allora te finisci presto e poi vienimi a trovare per imparare la professione, che poi si vede”

 

Era il 1992. Mi laureai in luglio e da subito iniziai a frequentare il suo Studio a Bagni di Lucca. Imparai tutto da lui, a fare meno errori possibili e a riconoscere le principali malattie degli animali che venivano portati a visita.

Mi portava anche nelle stalle, a fare visite e prelievi. Ricordo una stalla in alta Garfagnana dove mi insegnò a prelevare il sangue  dalla vena caudale delle vacche.

Era facile. Passai l’esame, anche se puzzai di merda di vacca per giorni, visto che alcune di esse per ringraziarmi di averle prese per la coda mi cacarono simpaticamente addosso.

Avete presente dei getti di alcuni chili di quella roba lì? Ecco.

Mi testava. Nel contempo ci raccontavamo, si chiacchierava, diventammo amici.

Spesso rimanevamo fuori oltre l’orario e andavamo a fare le visite domiciliari notturne.

Qualche volta ci presentavamo a casa della gente anche alle dieci, dieci e mezzo di sera.

Il bello è che non ci buttavano mai fuori, anzi, ci aspettavano comunque fino a tardi.

Erano altri tempi.

Altre volte ce ne andavamo a magiare una pizza da Vinicio, dove famose erano due cose:

la pizza e i giganteschi litigi tra Vinicio e suo figlio, con moccoli e piatti che volavano ad altezza testa.

Oppure al Caffè Del Sonno. Più tranquilli lì, come il nome del locale, oppure rimanevamo direttamente a mangiare a casa di chi ci chiamava per una visita a casa del proprio cane o gatto.

La gente di Bagni di Lucca, Fornoli, Crasciana, Casabasciana, Brandeglio, San Cassiano, Montefegatesi e di tutti gli altri paesini vicini l’ho conosciuta così. Col Tronca.

Era bravo con i pazienti, era bravo con i loro padroni. Gli volevano bene e si vedeva.

Non trovava mai la via per tornare a casa.

Qualche volta gli prendeva sonno e allora si fermava con la macchina a mezza via, si faceva una dormitina di un paio d’ore o più e poi riprendeva la strada di casa.

Nel contempo l’Annamaria, la moglie, aveva già allertato la Misericordia, i Pompieri, la Stradale e aveva telefonato ai vari bar tra Bagni di Lucca e Castelnuovo per sapere se Gianluca fosse passato da lì.
Se in Italia ci fossero state le Giubbe Rosse avrebbe chiamato anche quelle.

Ma lui era fatto così. Tornava a casa, un sorriso, una litigata di quelle bianche e tutto tornava a posto.

Ah già, allora i telefonini erano solo per i cittadini. Bei tempi.

Nel periodo in cui lavorò come libero professionista era maledettamente bravo, in un periodo in cui la veterinaria era soprattutto visita clinica, termometro e microscopio lui era un ottimo clinico.

Anche un grande insegnante, le mie basi ed oltre le devo a lui. Poi diventò la norma anche per me, ma rimanevo affascinato quando con la sole cose che gli raccontavano i proprietari di animali al telefono, già sapeva di cosa si trattasse.

“vai su dalla Piera a Vallico Sopra, ha un maiale che non mangia con delle macchie rosse sulla pelle. Misuragli la febbre, se ce l’ha è malrossino, fagli una puntura di Tylan e lasciale il flacone”

“Vedi questa cagna? Non mangia, beve tanto, è andata in calore due mesi fa, ora ha le perdite. Se non è piometra questa smetto di fa il veterinario!”

Il suo modo di insegnare il suo sapere, mai supponente, sempre positivo, sempre umile e sempre pronto a mettersi in discussione non erano da tutti.

Ho avuto la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto. Uscito dall’Università, lui aveva appena vinto il concorso alla USL ed aveva bisogno di lasciare l’attività liberoprofessionale.

Con la sua solita semplicità mi disse se volevo rilevare il suo ambulatorio. Ora immaginate uno che si, va ad imparare il mestiere da un collega, ma che non ha idea di cosa farà nell’immediato perché non ci ha ancora pensato o non ci vuole proprio pensare, e si sente dire se voglio il suo ambulatorio, già ben avviato e con clientela numerosa.

“Si, ma come faccio a pagarti?”

“Non c’è problema, mi paghi piano piano con i profitti dell’ambulatorio, io ti affianco per un paio d’anni così conosci tutti mentre diventi un bravo veterinario”.

Gianluca era così. Semplice, positivo ed altruista. Ed andò proprio così.
Fummo colleghi instancabili fino al 1997 circa, anno in cui finì il suo percorso di affiancamento con me e mi lasciò aprire le ali da solo. E mi mancò già lì la sua presenza.

Nel frattempo mi ero sposato e del suo spettacolo canoro ho già detto, che se non fosse stato per la moglie che lo moderava sarebbe ancora lì a cantare con tutti.

Per tutti quegli anni il suo più fedele amico era il Doc, un Breton maschio che ha lasciato più figli lui in Mediavalle e in Garfagnana che il Dr Viglione ai tempi d’oro.

“Gianluca, c’ho un cane qui che mi sembra il tuo, io è tre giorni che gli d da mangiare e son tre giorni che mi tromba la cagna. Lo vieni a prendere?

“Eh si mi sa che è il mio, son giusto tre giorni che m’è scappato, domani lo vengo a prende, ‘un ti preoccupà!”

Ci rido ancora.

Dopo ci vedevamo più di rado, ma andavamo ogni tanto a mangiare qualcosa assieme oppure ci vedevamo in giro per lavoro, lui per l’ASL, io per le mie domiciliari, oppure a cena con le rispettive mogli.

E ancora lo andavo a vedere ed ascoltare nelle sue attività teatrali, che aveva intensificato avendo più tempo libero da dedicarci.

Ci vedemmo poi per una occasione ufficiale, verso metà 2013. L’Ordine dei Medici Veterinari di Lucca, di cui sono tuttora consigliere, aveva deciso di dare un premio “alla carriera” ai laureati da trent’anni. Naturalmente pretesi che il suo premio glielo consegnassi io, che gli dovevo così tanto.
Quel gesto simbolico mi parve molto bello.

Sapevo già che gli era stato diagnosticato un linfoma, quella sera ne parlammo un po’, con fiducia verso le terapie che avrebbe intrapreso da lì a una settimana.

Stava bene.

Solo poche settimane fa la signora Anna, la segretaria storica dell’Ordine nonché conoscente trentennale di Gianluca, mi disse che in quell’occasione lui gli confidò cheormai ne aveva per poco, visto quello che aveva.

Era ottimista ma era anche lucido.

Nell’ultimo anno Gianluca ha avuto alti e bassi con le terapie. Quando sembrava che tutto fosse andato per il meglio però un crollo delle sue difese con febbre persistente ne richiesero un nuovo ricovero, a Castelnuovo prima e poi a Lucca, al San Luca.

Era poco prima di Natale 2014.

A Castelnuovo lo trovai sempre combattivo, in cuor suo sapeva che sarebbe stato molto difficile ma non disperava di uscire anche da quella situazione.

Ad un certo punto lo chiama al telefono la mamma, la Renza: “come vuoi che vada,mamma? Male”

Da fuori feci finta di nulla, da dentro in quel momento sono morto io. Era la resa.

Un aggravamento la sera stessa lo portò appunto in terapia intensiva al San Luca, dove ha resistito un’altra decina di giorni.

Lo andai a trovare per Santo Stefano.

Era stanco, visibilmente provato ed incredulo di avere così poche forze, perché finché si è vivi non si pensa mai di morire.

Gli altri muoiono, non noi.

Era sempre lui, ma gli occhi erano stanchi, lucidi, forse sopraffatti.

Abbiamo chiacchierato un po, in quella stanza piena di monitor, ma comunque spaziosa e paradossalmente accogliente.

Credo fosse contento che ero andato a trovarlo.

Mi ha lasciato con un “Grazie Claudio”.

Grazie a te Gianluca, di tutto.

Cronache da un (uno?) sogno

10 luglio 2013, ore 14 circa. Stazione di Lucca. Il treno della Giovanna -amica che ancora non conosco, potere delle conoscenze del 21° secolo- è in ritardo per via di un fulmine che ha strinato la linea e provocato soppressioni e ritardi piuttosto consistenti. Dai che dobbiamo partire, c’è da andare a Roma!

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Verso le 16, con corollario di cellulare scaricatosi e quindi impossibilità di comunicare, tenendo conto che non so neppure che faccia abbia, la Giovanna che vien da Reggio Emilia si palesa davanti alla stazione e riusciamo a riconoscerci.

Possiamo partire.

Erika è una bella figliola toscana, intelligente, sorridente e solare, 18 anni e tanta musica  in testa, testi tosti, scuola di vita. Lei è già a Roma, per lo stesso motivo per cui anche noi stiamo scendendo. E’ in giro per la città eterna, non c’era mai stata ed ogni luogo è una bellissima scoperta. Ora è a Fontana di Trevi.

Chiacchiere in macchina per conoscerci meglio, un’avventura messa su all’ultimo momento all’insegna di un “perché no? chissà quando ricàpita!” A Roma ci aspetta anche Francesca Eugenia, la terza protagonista dell’avventura.

Lei è amica mia da trent’anni, ci eravamo persi di vista per poco meno salvo ritrovarci un annetto prima in condizioni che meriterebbero perlomeno un intero altro articolo di questo blog se non di più.

Questo viaggio nasce da una specie di “se non ora,quando?” maturato per me poco dopo la fine del concerto di Bruce a Padova del 31 maggio, per la Giovanna dopo Milano del 3 giugno.

Fulminati.

Come i migliori eroinomani degli anni ’70.

Come quelli che hanno visto la luce.

Come quelli che grazie signore, posso averne un altro?

Come quelli che dopo averlo visto sono irrimediabilmente lost in the flood.

Francesca Eugenia invece non va ad un live da vent’anni. Vuole ricominciare in maniera seria. Lo farà.

Fulminati.

In realtà almeno altri due amici dovevano seguirci in questa avventura, il Gosto e la Claudia. Impegni di lavoro dell’ultimo momento hanno loro impedito di partire. Mi sarebbe costato una telefonata di 12 minuti il giorno dopo. Epica.

Erika invece aveva già pianificato Roma dopo aver seguito l’uomo di Asbury Park già a Napoli, Padova e Milano assieme ai suoi amici.

Nel mezzo ha sostenuto l’esame di maturità portando una tesina da applausi. Sul Boss e la sua musica. Fantastica!

Roma. Arriviamo tardi e non posso neppure incontrare il mio maestro di correzione del colore Daniele, come avevamo previsto di fare, perché lui ormai è sotto gli Arctic Monkeys. Solo rimandata.

Chi dice che Roma è bellissima non è andato oltre il centro storico. E’ una metropoli con tutte le brutture di tutte le metropoli del mondo. Abbiamo un B&B al Tuscolano, che non è altro che una stanza con un lettuzzo a castello all’interno di un appartamento di un cosiddetto supercondominio, un’accozzaglia di palazzine di 2-3-4mila abitanti. Bella mi’ casa.

Per fortuna il gestore è simpatico, ha trovato il modo di affittare camere chiamandole Bed&Breakfast.  Vabbè, ci dobbiamo solo dormire, e neppure tanto.

Caldo bestia, proviamo ad avvicinarci all’Ippodromo delle Capannelle, dove il giorno dopo suonerà Bruce.

Un bel posto per concerti, ma ci si arriva davvero con difficoltà e ci si torna via anche peggio.

A letto presto, che la sveglia è puntata per le 4:30. Ci mettiamo a costruire un  request sign con una mia foto e ci addormentiamo alle 2.

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11 luglio 2013. Alle 5:15 siamo già alle Capannelle, in fila con quelle che verso le 6 sono già un paio di mila persone. Nel mucchio c’è anche Caterino Washboard Riccardi, il protagonista assoluto dello show di Padova del 31 maggio scorso. Ed anche molti altri che come sempre accade diventa impossibile incontrare per la bolgia umana, nonostante gli scambi di foto e di posizione gps in tempo reale tramite Facebook con tutti.

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Francesca Eugenia e Giovanna

c’è anche Erika, da qualche parte, in fila per l’agognato braccialetto che qui a Roma è giallo.

Alla fine io avrò il numero 556. All’una (e trentacinque :-)) circa, Claudio Trotta estrae il numero di colui che entrerà per primo nel pit: 599.

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Dei primi duemila, entreremo per ultimi, che culo. Alle 15:15, dopo 10 ore esatte di code, con almeno 40°C al sole pieno, entriamo nel pit. Ci mettiamo laterali a destra e conosciamo un po’ degli altri pazzi col bracciale giallo. Siamo assieme alle due ragazze toscane vestite da sposa che poi saliranno sul palco con Bruce durante Dancing in the Dark.

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le due sposine toscane e il loro request sign

Nonostante il sorteggio sfortunato,siamo lì ad un passo lo stesso.

Alla fine ci siamo, verso le nove e mezza della sera partono le note diEnnio Morricone da C’era una volta il West.

L’inizio di un concerto epico, che non starò certo a descrivere canzone per canzone come già è stato fatto giustamente da moltissimi, mi soffermerò solo su alcuni momenti che lo hanno reso davvero unico.

La trascrizione dei miei sms col mio amico Gosto (che poi si chiama Massimo di nome vero), Springsteeniano di lunghissima data, più di 20 concerti suoi all’attivo…tranne questo.

Tranne questo dove ha suonato ciò che ha suonatopochissime volte in 40 anni di carriera. Povero Gosto, è sempre lì che piange.

La scaletta la trovate ovunque e saprete pure che Bruce e la E Street Band hanno suonato pezzi memorabili… il botta e risposta via sms con Massimo è un po’ lungo ma vale la pena leggerlo tutto, inizia dandomi consigli e finisce imprecando per non esser venuto, oltretutto è anche profetico ad un certo punto😀

* * *

Claudio:

Sfiga. Sono 556, è uscito il 599

Massimo :

Non ho veramente parole! Che fortuna! Fai un cartello con scritto say hello to massimo :)))))) quello è capace di farlo davvero

Prepara i cartelli x dancing

Tu metti che vuoi ballare con soozie ( la violinista) e giovanna dalle il cartello di ballare con nils vi fa salire entrambi

Ah no contrario entrate x ultimi :)) scusa :((

Claudio :

Già

Massimo :

Beh comunque mettetevi vicino a una pedana. Lato destro della pedana mi raccomando

Perche a sinistra tiene la chitarra

:)) esperienza da pit :))

Claudio :

Ok!

Massimo :

Argh tweet di lofgren working on rome surprise. Epic night ahead. Arghhhh me misero :(((

Claudio :

Visto

Massimo :

Piango e impreco. [XXXXX XXX!] Se fa nycs vi uccido

Claudio :

Spera di pugnalarmi allora🙂

Massimo :

Hahaha ufffff sicuramente dopo san siro bruce sara indiavolato. Voglio venire anche io :(((

Claudio :

Vieni c’è posto

C’è anche il biglietto della Claudia

😃😃😃

Massimo :

E come fo? Fino alle 1830 devo stare a lavoro e poi mi ci vorrebbero 4 ore per arrivare li

Claudio:

Era una battuta🙂

Massimo :

Se esistesse il teletrasporto verrei anche 1 min prima dell’inizio

Claudio attento a quando da dietro si alzeranno. Potete recuperare delle posizioni :))

Ma potreste pure perderle

Claudio :

Sono nato attento 😃😃

Massimo :

Si ma tutti quelli dietro di te ambiscono a venire il piu avanti possibile. Quando ero dietro ho recuperato un sacco di file :))

Claudio :

Meno anche un po’ avanti da inculare

Massimo :

Oggi non dovrebbe uscire a fare il soundcheck ma se lo fa scatta subito

Claudio :

Certo

Massimo :

Dai che devi fare un sacco di video e foto

Avete preparato i cartelli che ti ho detto??

Claudio :

Video non so. Foto si

No non ho cartone

Massimo :

Non fa video la macchina che hai preso?

Claudio :

Si si ma non so se ho voglia di tenerla su x un pezzo o due. Ma forse si

Massimo :

Stasera sting sul palco con bruce🙂

Claudio :

Fonti?

Massimo :

Ieri o ieri l’altro bruce al back stage di sting

Claudio :

Bene

Massimo :

Sei stato attento??

Claudio :

Si sono avanzato. È non è finita🙂

Massimo :

Il mio amico da dietro è a quasi transenna

Claudio :

Io pure. Ora siamo tornato n po’ medierei per rimetterli tutti a sedere

Indietro

Massimo :

Male

Claudio :

No no

Male per te 😃

Massimo :

Ah si. Soprattutto x le voci che leggo

Oddio la segreteria!!! Claudio!!!!!

Claudio Stefanini:

Eh?

Che segreteria?

Stai seguendo la setlist?

Massimo :

Ha fatto incident?? Dimmi di no

Claudio :

Per ora no

Massimo :

Incident on 57th street? La conosci? Qui dicono che l’ha fatta

Chiedi!!!

Claudio :

Allora la stava facendo prima

Massimo :

Come allora la stava facendo prima????? Ma che culo avete??? Incident kitty’s roulette!!! Tre miti

Seee cosi mi butto davvero

Claudio :

Ora farà Rosalita

Massimo :

Non e vero

Rosie!

Claudio :

Ha preso il sign di NYC Serenade

Nota: a questo punto Massimo sviene, poi mi chiama sul cellulare per poter almeno ascoltare in diretta la più bella esecuzione di NYC Serenade mai sentita prima. Sono rimasto almeno 12 minuti con il mio telefono ad altezza faccia, ma ne è valsa la pena, per far si che Massimo non si suicidasse per la delusione di non essere lì con noi🙂

Massimo :

Grazie di avermi fatto sentire nycs. Ti sei visto il piu bel concerto di Bruce di sempre in europa. E io son ancora qua che mi martello le palle! Che due coglioni

* * *

New York City Serenade merita un capitolo a parte. La sorpresa per Roma di cui parlava Nils Lofgren nel suo tweet riportato da Massimo. Nella quarantennale carriera di Springsteen suonata solo 8 volte live, Roma compresa.

Prima volta in Europa. LA più richiesta di sempre dal pubblico, c’è gente che si è fatta decine e decine di concerti con la speranza di sentirla.  A Roma è accaduto, con il bonus della sezione archi dell’Orchestra Roma Sinfonietta

che l’ha resa una performance unica. Di quel momento ho ricordi vaghi, onirici. Occhi gonfi, la Giovanna era davanti a me a bocca aperta mentre Francesca era sparita perché si era sentita male, ma se la stava godendo solo qualche

fila più indietro. Di quelle cose di cui ti rendi conto solo dopo opportuna metabolizzazione.

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E naturalmente, da qualche parte lì davanti c’erano Caterino, Cesare, Antonio ed Elisa, amici miei e di Joe  e centinaia di altri che alla fine ci si conosce tutti tra quelli che portano il braccialetto. E c’era anche Erika. Già, Erika.

All’inizio l’avevamo lasciata a Fontana di Trevi. Lei era in giro per Roma e, come in certe favole, quasi per caso si rova nel posto giusto al momento giusto. All’improvviso da una macchina parcheggiata nelle vicinanze della fontana

esce una persona, maglietta grigia, cappellino ed occhiali scuri per dare un po’ meno nell’occhio. È Lui, solo alcuni se ne accorgono subito, pure Erika. Tra il Boss e i suoi fan c’è una sorta di rispetto reciproco che non esiste con nessun altra

star vivente al mondo. Nessun assalto, ma rispettoso avvicinamento, senza schiamazzi ed urla, per rispettare comunque la sua privacy. In cambio, Lui e lo staff si lasciano avvicinare intendendosi ad occhiate -non farmi riconoscere troppo

e io non ti faccio allontanare, vorrei solo star tranquillo dieci minuti come un turista qualsiasi- ed infatti Erika è protagonista di questo muto accordo, si avvicina a Bruce e, in silenzio, ammira la Fontana assieme a colui che con le sue canzoni

ha dato e dà gioia e speranza a milioni di persone, non intoccabile ma avvicinabile come un amico qualsiasi in gita, con uno scarnissimo servizio di sicurezza tanta è la fiducia reciproca con i fan di tutto il mondo.

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Erika vicino a Bruce

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Quando Bruce si allontana e torna verso l’auto, accenna ad Erika e il piccolo gruppo di fan che l’hanno riconosciuto a seguirlo in silenzio verso l’auto, dove scambierà due parole e degli autografi con tutti, prima di andare via.

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e come ricompensa e prova di non aver solo sognato, Erika si ritrova un braccio autografato, ma soprattutto l’emozione di aver condiviso alcuni attimi privati con la persona che lei -e non solo lei- ammira di più al mondo:
“Stavo guardando una delle cose più belle di questo mondo accanto all’uomo più bello del mondo. Me lo ripetevo in continuazione nella testa, mentre percepivo una meravigliosa sensazione, un’aura positiva che mi avvolgeva e mi faceva stare bene. Sono stati minuti interminabili, che ho stampato nella mia mente per non dimenticarli mai più. ” (EB)

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Sono così tante le cose accadute e le persone conosciute durante quella pazza due giorni che è difficile anche ricordarsi tutti gli episodi. Una cosa però voglio raccontarla, a termine di questa cronaca. Tra una fila e l’altra, in cerca di

qualcosa da bere e da mangiare, abbiamo percorso in lungo e in largo il perimetro esterno dell’ippodromo. Gli edifici sono quasi tutti fatiscenti, maltenuti, un vero peccato che si lasci andare in malora un posto così bello.

Ci sono anche diversi gatti randagi che vivono davvero alla giornata, trovando qualcosa da mangiare anche grazie alla gente che frequenta la zona in occasione degli spettacoli, oltre alle indispensabili gattare. Andando in giro nell’attesa di

entrare per l’estrazione della lotteria del pit, io e Francesca Eugenia notiamo una gatta bianca e nera in cerca di cibo, un po’ in difficoltà. Si fa avvicinare e notiamo che aveva un grosso ascesso sulla coscia sinistra, piuttosto esteso e non

ancora aperto. Allora, vista anche la mia professione, siamo tornati alla macchina a prendere il necessario e tornati alla gatta che si trovava sempre nei paraggi. Mentre mangiava abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere

in quel momento per rimediare al problema. Pulito e svuotato l’ascesso, disinfettato, somministrato antibiotici. Può cambiare il destino di un animale randagio: lasciato così avrebbe avuto almeno le sue gran difficoltà a guarire, o più

probabilmente sarebbe andata male, visto anche il caldo che faceva in quei giorni.

Poi ce ne siamo andati a far la fila per il concerto e dopo la sua conclusione siamo anche tornati a lasciare ancora un po’ di cibo per lei.

Francesca Eugenia, che è di Roma ed è peggio di me, due settimane dopo è tornata alle Capannelle a cercare la gatta.

Era ancora lì, in splendida forma, guarita e forse anche un po’ ingrassata. 

Possiamo dire che è  grazie a Bruce che qualcosa di bello si è avverato anche per lei? possiamo dirlo, possiamo dirlo. Una delle tante belle storie che gravitano intorno al suo passaggio🙂

Ah, alla fine poi la mia richiesta non l’ha presa, ma chissenefrega,  ha fatto ben di meglio. Ha dispensato sogni e canzoni ad ognuno di noi. Il cartello proverò a darglielo di nuovo alla prossima occasione.

Chi viene?

La favola di Caterino

Chi ancora non lo ha fatto o chi è scettico dovrebbe, finché è in tempo, provare ad assistere ad un concerto di Bruce Springsteen. C’è poco da fare, Lui è diverso da tutti gli altri musicisti, senza nulla togliere alle altre grandi star della musica mondiale.

Te ne accorgi non appena arrivi al luogo dell’evento, anzi già mentre ti ci avvicini.

Un sentimento di fratellanza ti accoglie facendoti sentire amico di chiunque ti passi accanto, che abbia quindici o cent’anni.

È diverso da altri eventi, in cui magari ti incazzi perché quello davanti porta il cappello o perché confabula mentre l’artista canta o perché è più alto, o anche quando il bischero di turno si  mette sulle spalle la fidanzata -evento tra l’altro sempre più raro per l’aumento del peso medio delle fidanzate- che non ne vuole sapere di scendere giù.

No, tu entri e siamo tutti fratelli o almeno parenti alla lontana, ma non di quelli da evitare.

Se fossi credente direi che saremmo dei fedeli in attesa del miracolo,ma la differenza è che qui il miracolo si avvera e si rinnova ad ogni concerto.

A Padova era solo il mio secondo concerto di Bruce, sebbene lo seguissi fin da quando, negli anni ’70 ed io imberbe teenager, arrivarono le prime notizie su di un americano del New Jersey che si diceva essere “il futuro del rock’n’roll“.

Chi scrisse quella frase era allora uno dei più quotati giornalisti americani, Jon Landau, che da lì a poco buttò all’aria il suo lavoro, ipotecò la sua casa, diede fondo ai risparmi di una vita e diventò il produttore di Born To Run e di tutti gli altri dischi del Nostro.

Mica scemo.

Nel 2012 il mio battesimo del fuoco fu Trieste, un concerto indimenticabile che mi fece prendere nuove misure di questo gigante che ormai pochi aggettivi riescono a descrivere. Di allora ricordo tutto, a partire dalla sensazione di cui sopra, e di un Bruce e di una E-Street Band tutt’uno con il pubblico, come se suonasse in un piccolo locale dove tutti si conoscono e si chiamano per nome.

Ehi Bruce, me la porti una birra?  Subito, come la vuoi?

Ricordo tra tutte una My City Of Ruins e una 10th Avenue Freeze Out che mi fecero commuovere come mai prima ad un evento musicale, e poi ero lì assieme al mio amore, il concerto perfetto insomma. Quindi per il secondo concerto, peraltro dello stesso tour e ad un anno appena di distanza dal precedente, ero piuttosto preoccupato che si potesse rivelare una delusione.

Mi era già successo in passato, mai ripetere certe esperienze per le quali le aspettative sono altissime. Con i Pink Floyd, mica bruscolini.

Però ero rimasto così colpito, così affascinato che non appena saputo che Bruce sarebbe ritornato a suonare in Italia non ci pensai due volte e mi feci rapinare per l’ennesima volta da ticketuan.

Son rapine ben tollerate, va detto.

Tralascio l’arrivo abbastanza avventuroso nei pressi dello Stadio Euganeo di Padova con il mio amico Joe, dove ogni parcheggio era occupato da chi aveva avuto la buona idea di arrivare con un pò più di anticipo, e che ci ha fatto perdere i due pezzi del preshow acustico delle 18:30.

Colpa nostra, pace. tralascio anche la tragicomica avventura nel tentare di piazzare due biglietti che io e il mio amico avevamo in più per il forfait delle nostre compagne.

Chissenefrega, ormai eravamo dentro, dopo aver circumnavigato tutto l’Euganeo visto che il nostro ingresso si trovava all’esatto opposto del punto di arrivo. Fantozzi ci fa una sega.

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Nonostante le previsioni che davano acqua a catinelle, ci siamo anche goduti un bel tramonto rosso fuoco e proprio mentre il sole lasciava spazio alla notte, senza preavviso un accordo di chitarra ci mostra Lui che da solo arriva sul palco, fa i saluti di rito alla prima volta a Padova e parte con una scarna e tirata versione acustica di The Ghost Of Tom Joad.

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Ora, io non so se sia l’età o una aumentata sensibilità verso le bellezze della vita, ma da subito ero lì imbambolato, stupefatto e felice con gli occhi gonfi di lacrime di commozione.

Non starò certamente a descrivere tutto quello che Bruce ha cantato quella sera, voglio solo soffermarmi su ciò che accade quando Lui canta e si dona al pubblico toccando la gente, parlandoci, tirando sul palco le solite fortunate ragazze per improvvisarci uno o due passi di danza.

C’è con Bruce una sorta di rispetto da entrambe le parti, lui parla con tutti, tocca tutti, si fa toccare da tutti, il pubblico non approfitta mai di queste situazioni sapendo rimanere sempre al proprio posto e conoscendo perfettamente quali sono i limiti da non oltrepassare. Quando la ragazza di turno che balla con lui sul palco viene riaccompagnata nel pit, mai accade che qualcuno dia inescandescenze perché non vuole tornar giù, mai si vedono momenti idi imbarazzo, perché è una grandiosa festa dove tutti rispettano tutti e dove non c’è invidia per chi riesce ad essere protagonista per pochi minuti.

Solo ammirazione.

Dicono che a Bruce l’Italia piaccia, perchè siam matti (“questi pazzi italiani“), in realtà non so come siano i suoi concerti al di fuori del nostro paese, fatto sta che a Padova ad un certo punto è accaduto qualcosa mai visto prima, a quanto dicono coloro che registrano ogni singolo evento del Boss.

I piccoli miracoli sono all’ordine del giorno ai concerti di Bruce, c’è chi riesce a stringergli la mano, chi a scambiarci una battuta, chi a ballarci. Per quelle persone quei piccoli gesti di attenzione sono eventi e ricordi che dureranno una vita intera. E Lui lo sa, sa che significa qualcosa nella vita di ognuno dei presenti ad ogni singolo spettacolo, Lui lo sa ed ogni singolo spettatore sente questa sincerità che è alla base della sua longevità artistica e umana. Anche quando si trova fuori dagli stadi è una persona normale, non si sottrae mai al saluto di chiunque, va a prendere i suoi figli a scuola in macchina senza guardie del corpo o altro che potrebbe aumentare le distanze tra Lui e il mondo, anzi.

Stavolta però, dopo aver già deliziato tutti suonando l’intero Born To Run dall’inizio alla fine, ad un certo punto chiacchiera con qualcuno nel pit dopo aver letto qualche cartello di richiesta, poi tira su una strana cosa simile ad un’asse per lavare, ma di metallo, continua a parlare, poi si rivolge a Little Steven che annuisce ed allora ecco che avviene quello che chiunque non si aspetterebbe mai:

tirano su un tizio con barba e occhiali e Bruce gli fa “Ok, your name?”

“My name is Caterino and I use to play most of your songs with my band called The Fireplaces, and one of them is Mary Don’t You Weep”

“We won’t play Mary Don’t You Weep tonight, but you can play this other one with us!”

e presenta la E-Street Band come “formerly the Fireplaces” tra le risate generali del gruppo ed iniziano a suonare Pay Me My Money Down con un incredulo ma preparato Caterino Groove Riccardi alla washboard.

In quel momento tutti noi eravamo lui, Andrea detto Caterino Groove Riccardi, che in un piccolo grande miracolo coronava il sogno di una vita, quello di suonare con la E-Street Band e accompagnare il Boss in una indiavolata cover di uno standard folk del 1942 già portata al successo tra gli altri dai Weavers di Pete Seeger e ripresa più tardi proprio da Springsteen nelle Seeger Sessions.

Oltre quarantamila persone hanno fatto il tifo per Caterino, perché Caterino è diventato per una sera il simbolo del ce la possiamo fare, del We Shall Overcome, della speranza e della caparbietà che ti fanno vincere ogni traversia di questa vita. Lui ce l’ha fatta, tutti ce la possiamo fare, è il senso di questa storia.

Questa è la vera forza di Bruce, oltre ad un unico ed innato talento senza uguali.

Pensa positivo. Lo dice anche un altro che ha un carisma e capacità di toccare certe corde per certi versi simile a quello del Boss.

Dopo altre piccole sorprese, che però si ripetono ad ogni show, come quello di far cantare una strofa di Waitin’ On A Sunny Day da un bambino che pareva il nuovo Justin Bieber da quanto era intonato,

la conclusione arriva con un gioioso medley Twist And Shout/La Bamba, dove ci siamo tutti – anch’io! – ritrovati a ballare con la Band.

Eccola la forza di quest Uomo, ecco perché i fan non si accontentano di andarlo a sentire una volta sola. È un rito collettivo dove ogni volta se ne esce più felici, anche con più speranze per il futuro, anche se sarebbero solo canzonette…

E poi? poi il giorno dopo si è preso un Intercity Padova-Milano perché tre giorni dopo lo aspettava San Siro con altri sessantamila.

Si ha preso un treno. E questo la dice lunga. Mi immagino già chi se lo è trovato come compagno di viaggio.

E Caterino è sempre lì che sogna.

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Anormalità

Vedo Monti alla tv che dice che per lui la famiglia è solo quella formata da un uomo e una donna. Lunedì sentivo un certo Riccardoqualchecosa su radio maria (per caso,zappando tra un canale e l’altro,solo perché ho sentito una voce diversa da quel patetico prete che parla sempre lui) che affermava che nessuno può arrogarsi il diritto di andare contro il “diritto naturale” (sic) dato da dio che vede un uomo e una donna alla base della famiglia e che i paesi che hanno optato per una politica più libertaria (parole sue) come la Spagna e la Francia avranno ripercussioni, come stanno avendo, anche di ordine economico proprio per questa ragione. Ora dico io, ma siamo tutti impazziti? siamo comandati da mummie morenti, da zombie che ci dicono come dovremmo comportarci e che non vogliono dare a chi volesse formare una famiglia e non ha “gusti” sessuali *convenzionali* alcun diritto civile,come anche la sola ereditarietà per il coniuge, il diritto di visita ad un cazzo di ospedale perché se non sei parente o legalmente legato non ti fanno passare neanche se stai morendo, o tutto ciò che gira intorno ad una unione stabile, non ultimo il diritto di adozione di un figlio:
il fondamento di una famiglia non è avere uno il cazzo el’altra la fica, non è quello, il fondamento unico è l’amore, oltre che la fiducia e la volontà di stare assieme che legano due persone, solo quello dovrebbe essere considerato sufficiente per rendere possibile l’unione legale tra due persone con tutti i benefici civili che ne conseguono. E se sono religiosi hanno il diritto di poter seguire la propria confessione senza essere additati dai soliti come diversi e deviati. I deviati sono solo coloro che pensano che i deviati siano gli altri.
Benpensanti, non abbiate paura dei finocchi,delle lesbiche e dei transgender, nessuno di loro vi inculerà a tradimento, perché di solito sono molto più intelligenti di voi e non pensano, al contrario di voi, che chi è diverso pensi solo a quelle cose lì. Però una cosa la pensano, e non solo loro. Gli unici diversi siete voi, e in quanto tali è di voi che si deve aver paura.

L’albero della vita

Hai presente il rumore che fa il passaggio di un dito sulla barba di un giorno? Tipo carta vetrata, solo  un poco più gentile. Non ci avevo mai fatto caso, prima di allora, ed avevo già 37 anni.

La sensazione di essere ormai  uomo, ma non uomo nel senso di virilità, nel senso di responsabilità,  anche se dentro non smetti mai di essere il solito bischero che gioca per le vecchie vie del paese, dietro ai primi amori.

Un uomo. Che grande parola. Che responsabilità. Che brutta cosa, da un certo punto di vista.

E dire che la mia vita non è stata – per ora –  quel che si può definire difficile; Jovanotti direbbe che sono un ragazzo fortunato. Anche quella volta che dovevo morire, lo dicevano al paese vicino sentendo le campane a morto, – devono essere per quel ragazzino che ha avuto un incidente in moto –  e invece no, non era ancora la mia campana. Se no non sarei diventato uomo.

Nella felicità interiore, nella soddisfazione, nella quasi totale mancanza di rimpianti che avevano riempito quei primi 37 anni – e quindi nella positività del bilancio, direbbe il Cialdo -, rientravano tutti quelli che mi stavano attorno.  Mamma Iliana, babbo Mario vulgo Claudio detto Il Doro (e questa è un’altra strana storia), mio fratello Pierfranco, Manola, la mia allora moglie. E poi il valore aggiunto della vita, quello che credo pochi possono dire di avere davvero, gli Amici, quelli veri.

 Quelli che magari non vedi per anni, ma è come se non ci fossimo mai separati. Quelli che ti vedi tutti i giorni ma hai sempre qualcosa di cui parlare. Quelli che ti cambiano la vita. Ma anche questa è un’altra storia.

 

 “D’accordo” – disse il Cialdo – “ho noleggiato un Ulysse, così viaggiamo tutti insieme”.

Fu veramente un’ottima idea per la possibilità di stare diverse ore assieme, possibilità che negli ultimi tempi era stata il lusso di poche altre volte.

Se non ci sei abituato, alzarsi alle cinque e mezza del mattino è abbastanza dura. Dopo no, assapori totalmente il nuovo giorno che nasce. Appuntamento alle sei e mezza a Lucca, ritrovo,caffè e partenza.

 

 L’ultima volta che ero stato in Francia era il1989, a Chalon sur Saone. Andavo a trovare il mio amico Franco, con Manola e la sua ragazza di allora, Chiara. Che viaggio, con l’auto del babbo, la pompa dell’acqua rotta e il riempimento del radiatore ogni cento km. Che palle. Però ricordo ancora la bellezza del centro storico di quella cittadina a nord di Lione, che dette i natali a Nicephore Niepce, l’inventore della fotografia, sottolineato con orgoglio tutto francese dalla statua in piazza e da un enorme cartello in pietra all’ingresso del paese. Ricordo la piccola casa della mamma di Franco, con il fratello Gianni – Jean, che sarebbe morto di lì a qualche anno in circostanza mai ben spiegate.

La ragazza di allora di Franco a quei tempi non mi era molto simpatica, ma qualcosa di speciale doveva per forza avere, avendo stregato prima di lui anche Mauri, che ancora ci rompeva i coglioni per quando gli frantumammo quella orrenda tazzina da caffè nera, ricordo della tipa e del suo amore perduto. Comunque tempo dopo ho avuto modo di conoscerla meglio e devo riconoscere che la prima impressione era proprio sbagliata.

Fu un bel viaggio, ancora da studenti, con pochi soldi in tasca ma anche con pochi pensieri – oh, è veramente così,eh! – e tanti ricordi. Ho ancora davanti agli occhi la foto che ritrae me e Franco che reinterpretiamo a modo nostro la Pietà di Michelangelo

 

 

Stavolta era diverso. Andavamo comunque a trovare Franco, ma era diverso. Una occasione per confrontarci di nuovo, come quando eravamo studenti perché, per fortuna, abbiamo e avremo sempre la capacità di metterci in discussione.

 Franco aveva una ragazza a Gaeta, quando arrivò a Pisa iscritto al I anno di Medicina Veterinaria, Giamile. “Significa ‘bella’ in greco”, diceva lui, significa bella stronza, dico io qualche tempo dopo, quando arriva a casa nostra in via Favilli piangendo perché lo aveva lasciato con una telefonata. Non si sarebbero più rivisti. Buffo il mondo.

Buffo il mondo, visti poi gli accadimenti che avrebbero rivoluzionato la vita di ognuno di noi negli anni a venire. Comunque allora eravamo tutti lì, in auto per andare a trovarlo. Sarebbe stato l’ultimo viaggio insieme per Maurizio e sua moglie Piera, poiché si sarebbero separati di lì a poco, per i motivi che fanno lasciare innumerevoli coppie ogni anno, l’incomunicabilità. Sarebbe poi toccato anche a me, alcuni anni dopo. Il Cialdo, così come Maurizio con la nuova compagna, diventerà invece padre di due bei bambini. Nelle non troppe volte che l’ho rivisto non mi è mai parso il ritratto della serenità, ma sicuramente ha trovato la sua dimensione. Lo spero per lui. Uh, che dire del Gosto, che per non so quale motivo ci ha sempre velatamente nascosto alcune parti della sua vita. Forse abbiamo peccato anche noi di comunicazione o forse ci vogliamo fare troppo i cazzi degli altri?

La seconda, la mejo è sempre la seconda.

Mancava solo l’autore di questa frase, Carlo il romano. Improvvisa influenza. Succede.

Carlo è stato un amico vero, ma il tempo in certi casi offusca cose e situazioni. Da quasi fratelli a quasi semplici conoscenti. Peccato. Ma tempo per rimediare ce n’è sempre.

Il viaggio prosegue spedito, con vari autisti che si alternano alla guida. Il Cialdo guida un po’ alla cazzo, ma nessuno glielo fa notare; i rilasci improvvisi dell’acceleratore fanno comunque sentire il loro peso sul centro del vomito. Comunque nessuno sporcherà i tappetini, per la fortuna dell’autonoleggio.

Passiamo in Francia. Traforo del Monte Bianco, breve sosta  – anche il Gosto piscia in compagnia! – e poi via, a 70 all’ora per i dieci-quindici chilometri del tunnel.

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La cerimonia è per le 16, dovremmo arrivare in tempo; se ritarderemo un po’ Franco ci perdonerà, è sempre stato abbastanza comprensivo con gli amici. Li ha sempre tenuti in grande considerazione, gli amici. Giusto tre mesi prima aveva fatto un grande tour per tutta l’Italia per salutarli tutti, quasi in incognito, senza dire a nessuno che ci sarebbe stata quella cerimonia che gli avrebbe cambiato la vita. Venne anche da me, con la sua ultima conquista, una romanina niente male. Non mi ricordo il nome, ma anche per lui non doveva essere troppo importante; tutt’altra cosa Isabella, la ragazza che alla fine gli era sempre accanto, e che infatti avremmo ritrovato proprio alla cerimonia. Una cara ragazza, pensavamo tutti che alla fine sarebbe stata la donna della vita di Franco. Cosa che poi fu.

Si parla del più e del meno, la meta si avvicina. Passiamo Lione. Cento km e ci siamo. Dai che siamo in orario. Franco, arriviamo!

 

Chalon sur Saone. La ricordavo bene. Solo stavolta, complice la pioggerellina invernale ed il cielo plumbeo, un po’ triste. Raggiungiamo la chiesa dove sta per svolgersi la cerimonia. Un po’ di parenti, altri amici arrivati con altri mezzi. Arriva anche Franco, finalmente, accompagnato dalla mamma e da Isabella. Isabella, la donna della sua vita, nel bene e nel male.

 

La chiesa si riempie, arriva il sacerdote che inizia un piccolo gioco. Si devono accendere delle candele sull’albero della vita, una per gli amici, una per la madre, una per i fratelli, una per i parenti. Un rappresentante di ognuno viene sul pulpito a parlare a Franco e a dirgli cosa ha significato per lui. Franco ascolta tutti, la cerimonia è commovente perché vera, la partecipazione massima. Che differenza con le cerimonie cattoliche italiane!

Franck,je t’aime!

Così grida, alla conclusione del suo discorso, l’altro fratello, quello rimasto in vita dopo la morte di Jean.

Commozione. Franco è commosso, si sente. Tutti lo siamo e non potrebbe essere altrimenti.

Finisce la cerimonia. Tutti in fila, si va verso l’altare per il saluto, mi avvicino, lo tocco. Tocco il cartellino metallico con su scritto Franck Capotosto, 1967-2002.

E inizio a piangere.

 

 

Immagine

Post Scriptum

Franco Capotosto è un amico fraterno che se ne è andato a soli 35 anni il 31 dicembre del 2002.

Questa è la storia del viaggio intrapreso da noi amici verso il suo paese natio

Chalon sur Saone, il 3 gennaio 2003, giorno del suo funerale.

Sono passati già dieci anni e questo è il mio modo di tenerlo ancora vivo.

Grazie a chi contribuirà a tenerlo nel proprio cuore.

Buon Natale! ^_^

le mie tre canzoni di Natale preferite, buon ascolto e buon natale🙂

 

24 dicembre – Cappello a Cilindro

 

Canto di Natale  – Modena City Ramblers

 

Jingle Bells – Sex Pistols

24 novembre 2010

Che giornata un pò così oggi. Grigia, fredda, con la malinconia che entra dentro e non se ne va più.

Quell’altro è sempre fuori e non lo vedo mai e poi tanto quando lo vedo mi fa arrabbiare. Pier l’ho sentito ora, meno male che c’è il telefono se no stavo fresca con le poche volte che viene giù da Milano.

Claudio l’ho visto solo di sfuggita stasera, è arrivato dal lavoro ed è salito subito in casa sua, magari aveva qualche pensiero, glielo chiederò domani…

e poi non sto neanche bene, mi faccio una camomilla e mi infilo a letto, tanto in tv non c’è nulla e mi concilia il sonno.

Però anche se la vita mi ha giocato brutti scherzi, sono fortunata, ho due figlioli sani e bravi, e poi ho le mie bestie che mi vogliono bene, quelle che ci sono e quelle che non ci sono più, il Mao se n’è andato proprio ieri l’altro, però almeno è morto sereno, me l’ha detto anche Claudio -hai visto mamma, è morto senza soffrire, meno male no?-.

Però se penso a Gastone, il mì Gastone, mi viene da piangere ancora…

certo che ora mi sento proprio male, vediamo se andando al bagno mi passa un pò, mi viene da vomitare…oddio cos’è? no Dio no, non mi far morire ora eh! ho ancora da badare ai mì figlioli e alle mì bestie, io! e anche a quello stronzo del mì marito, che gli voglio bene anche a lui, oddio che male ti prego non farmi morire, ho da vedere ancora tanti giorni e tante stagioni…

Meno male sto un pò meglio, credevo proprio di morire stavolta, grazie Dio,

domattina glielo racconto a Claudio mentre prendiamo il caffè.

E poi se morivo chi glielo diceva alle mì sorelle? Meno male che è passata.

Buonanotte Iliana.

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