Una chiamata. Lei sta male. Tu vedi, controlli, valuti. Dentro di te già sai cosa succederà. Non puoi dirlo, ancora. Chissà, magari ti sbagli. Guardi gli occhi di lei, belli, grandi, tristi. Guardi gli occhi di loro, preoccupati, interrogativi, speranzosi.
Controlli, valuti. Già sai. Purtroppo (o per fortuna?) è il tuo mestiere.
Cerchi certezze da vendere. Il tempo corre. Lei sta male, ma è dignitosa, bella, fiera. Stanca.
Guardi lei, guardi loro. Spesso la vita (la morte?) è impietosa. Cerchi le parole.
Ci sono parole giuste? Fare, non fare. Soffrire, non soffrire. Soffrire meno lei, soffrire tanto, loro. Aspettare. Non aspettare.
Il silenzio di un abbraccio.
Il prato dove fino a ieri giocava.
Piove. L’acqua bagna tutti, fuori e dentro.
Lei è stanca. Non corre. Guarda loro, guarda me.
Si sdraia. Si fa accarezzare.
E’ bellissima.
L’aria è intrisa di umidità, ineluttabilità e ingiustizia.
Si addormenta.
Per sempre.
Una chiamata. Una vita.
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