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Il mojito perfetto

Il blog di Claudio Stefanini – bestemmie letterarie aperiodiche: scrivono tutti, perché non dovrei farlo io?

Autore

stefaudio

Chiari che si!

La destinazione si trova alla vostra destra. La destinazione è raggiunta.

Cosi Google Maps ci avverte che siamo arrivati sul luogo dell’evento. Appena il muso dell’auto punta a destra un cancello metallico a maglie larghe ci indica che siamo arrivati proprio nel posto giusto.

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Parcheggi liberi. Non a pagamento. Strano, ai concerti di solito è un problema trovare parcheggio. Google Maps ci suggerisce posti per andare a mangiare qualcosa. Il luogo sembra alquanto deserto, ci fidiamo e la voce sintetica ci dice di incamminarci per trecento metri.

Attraversando la strada notiamo un gruppetto di persone del luogo intente a chiacchierare. La lingua, un idioma stranissimo cui non si comprende una parola. Comprenderemo più tardi che parlavano in bresciano.

Arriva uno di loro in auto, una Audi A6, e li saluta strombazzando col clacson.
Vi posso assicurare che fa un certo effetto sentire muggire una A6. Che bellezza, si comincia bene!

 

Facendo un passo indietro, vorrei spiegare un paio di cose, Chi è Ryan Bingham?
Ryan è un folksinger americano country rock, anche se credo sia riduttivo dargli questo genere, avendo abbracciato nell’ultimo album anche del buon blues. Poco conosciuto in Italia, ma ha un buon successo nel suo paese ed anche in Europa.
L’ho conosciuto come al solito per caso o perché doveva andare così, come tutte le cose belle. Una persona che conosco è produttore discografico ed ha una sua piccola etichetta di qualità, di grande qualità: Velut Luna. Lui, Marco Lincetto, è uno che di musica ne sa a pacchi, per lavoro e per passione. Non è un tipo facile, quando parla di certi argomenti ci mette tutta la veemenza di chi sa di aver -anche sfacciatamente- ragione. E di solito ce l’ha.  Ebbene, qualche anno fa Marco pubblicò un post su Facebook con la copertina di Mescalito, il disco di esordio di Ryan del 2007.
Questo è il miglior disco di musica americana degli ultimi venti anni almeno.
Lapidario come al solito, non ammettente replica.
E se avesse ragione?
Mi fido.

Come anche altre volte, non vado su Spotify a sentire di che si tratta, non cerco su YouTube. Vado su Amazon e compro a scatola chiusa, perché la musica va comprata. L’artista va pagato.
Il disco arriva il giorno dopo (eh, il prime…). Lo inserisco e BAM! Fin dalle prime note accade ciò che accade con le serendipità, avete presente quando si strabuzzano gli occhi non credendo a cosa stiamo ascoltando o vedendo?
Per farla breve, un capolavoro assoluto, una serie di brani bellissimi, suonati col cuore e con la testa che parlano della sua vita, di viaggi, di partenze, di lavori andati, di rodei, di tempi duri, di genitori. Più americano di così si muore.
Collaborazioni importanti, voce profonda e graffiante, in breve tempo prendo tutta la scarna discografia prodotta finora. È di quest anno l’ultimo American Love Song, che vira  verso il blues e contiene alcune piccole perle.

Ma torniamo a Chiari. Che posto è Chiari? Che poi è la stessa domanda che Ryan ha fatto all’organizzatore della serata Maurizio Mazzotti, di cui parlerò più avanti.
Chiari è una cittadina della provincia bresciana, meno di ventimila abitanti, famosa forse per la battaglia di Chiari del 1701. L’impressione che ha dato a me è quella del classico paesone di provincia, gente che lavora e si fa il culo per poi andare a divertirsi il sabato sera. Un pò come molte parti buone dell’Italia.

Ma ti chiedi… che cacchio ci fa Ryan Bingham a Chiari? Come ci è arrivato?
Ed è così che scopro l’esistenza di ADMR, Associazione per la Diffusione della Musica Rock di Chiari, fondata dai fratelli Franco e Maurizio Mazzotti e che sono 23 anni che portano a Chiari il gotha del rock mondiale, quello genuino, quello che ama ancora suonare anche in piccole venues, a contatto col pubblico.

Vengo a sapere che uno dei due fondatori, Franco, è purtroppo venuto a mancare proprio quando è morto mio padre Mario, a metà novembre 2018. Ma questa è un’altra storia.

Ed allora vedi che a Chiari, paese di cui non conoscevo che a malapena il nome, sono passati Massimo Bubola, Steve Forbert, Joe Ely, Chris Gaffney, Eric Bibb, Bruce Cockburn, Walter Trout, Dave Alvin, Elliott Murphy, Eric Sardinas, Steve Earle, Johnny Winter e moltissimi altri.
MA IO DOV’ERO? WHERE THE FUCK WAS I?

Vabbè, sarebbe troppo lunga e qualcosa si capisce dai miei racconti passati.

Sembra una cosa impossibile, tutti questi artisti così grandi che hanno suonato in questo posto così piccolo…un miracolo. Un miracolo che si rinnova da 23 anni!

 

Il Parbleu, localino a qualche centinaio di metri dalla venue, è carino e già prima delle 19 è pieno di gente a far l’aperitivo. Anche se c’è qualche cliente di fuori – la gente dei concerti si riconosce al volo –  gran parte sono persone del luogo, belli agghindati, pronti per farsi il sabato sera dopo una settimana intera di lavoro.
O almeno così mi immagino io la vita di quella sonnacchiosa cittadina della provincia bresciana.

Sperando di incontrare di nuovo la A6 parlante andiamo verso l’Auditorium, che sarà sorpresa nella sorpresa. Entriamo dal cancello della foto sopra, sapevamo trattarsi delle Scuole Medie locali, ma entrarci per andare a sentire Ryan Bingham bé, faceva davvero impressione! poca e ordinata fila, entriamo nell’atrio di quella che di giorno è una scuola ed infatti come in tutte le scuole c’è il gabbiotto dei custodi, dove qualcuno distribuisce i biglietti e non lontano, con un banco di scuola come appoggio, un addetto strappa i biglietti stessi per farci entrare.
Nello stesso momento ci ferma gentilmente un tipo che ci chiede di segnare nome ed email per farci sapere degli eventi futuri.
Il tipo in questione è il vulcanico Maurizio Mazzotti, con cui scambio due parole ringraziandolo di aver portato Ryan in tal bizzarro luogo.
Ci racconta che il prossimo 7 luglio ci sarà il Chiari Blues Festival, con nomi da far tremare le braccia: probabilmente uno dei migliori blues festival in Europa. Si, in Europa. E, orgoglioso, ci dice pure che il prossimo 17 novembre arriverà lì, in quel posto così minuscolo ma così ricco di musica e passione, Pat Metheny. Si, lui. Quello vero.

Fa un certo effetto passare attraverso il corridoio di una scuola, che poi da adulti sembra anche più angusto di quando eravamo ragazzini, con le porte che vanno alle aule a destra e sinistra. Se qualcuno avesse suonato la campanella avrei per un attimo cercato la mia classe.
Dopo qualche porta ecco l’ingresso dell’Auditorium, che altro non è che una aula magna multifunzionale ma molto ben fatta.
Centoventi posti a sedere, alcune file davanti al piccolo palco, il resto a gradinata.
Ancora non realizzavo bene dove fossi, perché tutto così strano.
Ad ogni modo, alle 21 precise compare sul palco il Maurizio Mazzotti a fare gli onori di casa ed a raccontare cosa fosse Chiari, cosa fosse ADMR e ad omaggiare il fratello Franco.
La prima sorpresa della serata è colui che apre il concerto, un cantautore inglese di origini pakistane, 22 anni, una voce bellissima ed una chitarra. Una vera scoperta, come quando andai a sentire Neil Young ma la vera scoperta fu chi gli aprì le danze, quel buffo tipo talentoso di Devendra Banhart.

La scoperta di quella sera si chiama Soham De.

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Ne sentiremo parlare in futuro, e soprattutto ne sentiremo.

Dopo il set di Soham De, Mazzotti torna fuori e finalmente ci presenta Ryan Bingham con un ruggito.
Alto, asciutto, pantaloni verdi e stivaletti, maglioncino e cappello alla texana. Più americano di così si muore!

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È un grandissimo storyteller! introduce le sue canzoni raccontando come sono venute fuori e per tutta la serata siamo tutti un pò americani di frontiera, rancheros e domatori di tori, viaggiatori di highways e sognatori.
Si parte con Beautiful and Kind, passando per Tell my mother I love her so, per poi tirarmi giù dal pacchetto con la versione acustica di Hard Times, di cui ho ripreso questo frammento per tenerlo in me il più a lungo possibile…

 

Racconta e canta, canta e racconta, con un magnetismo ed un fascino che è davvero di pochi. E siamo circa centoventi fortunati ad assistere a questo spettacolo quasi irripetibile!

I pezzi scelti sono davvero superbi in chiave acustica.  La maggior parte  viene dall’ultimo album, un buon numero dal primo e gli altri dai rimanenti tre.

Da solo, voce chitarra armonica e tanta vita da raccontare. Alla fine siamo tutti un pò più americani di provincia, che sbarcano il lunario come possono. Lavorano, vivono, amano.

Una intima Southside of Heaven ci avvia verso la fine del concerto.

Sunshine e The Weary Kind precedono l’unico bis con Nobody Knows My Trouble.

Il 37enne ragazzone americano, sorridente e felice, ringrazia per l’accoglienza, forse inaspettata data l’incognita di un posto così piccolo e così diverso dalle sue solite platee, saluta e se ne va.
Speriamo non per molto.
Per star bene e riconciliarsi col mondo ci vogliono talenti genuini come Ryan Bingham.
Andatevelo a sentire tutti alla prima occasione.

Da par mio, a Chiari ci tornerò per due motivi: per ascoltare ancora della grande musica e… per trovare di nuovo l’Audi A6 che muggisce. Chissà, potrei stupirla facendo abbaiare la mia Mini.

 

Qui sotto l’intera setlist (da setlist.fm)

 

 

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Una chiamata

Una chiamata. Lei sta male. Tu vedi, controlli, valuti. Dentro di te già sai cosa succederà. Non puoi dirlo, ancora. Chissà, magari ti sbagli. Guardi gli occhi di lei, belli, grandi, tristi. Guardi gli occhi di loro, preoccupati, interrogativi, speranzosi.
Controlli, valuti. Già sai. Purtroppo (o per fortuna?) è il tuo mestiere.
Cerchi certezze da vendere. Il tempo corre. Lei sta male, ma è dignitosa, bella, fiera. Stanca.
Guardi lei, guardi loro. Spesso la vita (la morte?) è impietosa. Cerchi le parole.
Ci sono parole giuste? Fare, non fare. Soffrire, non soffrire. Soffrire meno lei, soffrire tanto, loro. Aspettare. Non aspettare.
Il silenzio di un abbraccio.
Il prato dove fino a ieri giocava.
Piove. L’acqua bagna tutti, fuori e dentro.
Lei è stanca. Non corre. Guarda loro, guarda me.
Si sdraia. Si fa accarezzare.
E’ bellissima.
L’aria è intrisa di umidità, ineluttabilità e ingiustizia.
Si addormenta.
Per sempre.
Una chiamata. Una vita.

Breve Storia Triste.

Mattina. Esterno giorno. Salgo in macchina. Rumore di portiera che si chiude. Avviamento, rumore motore. Radio che suona. Retromarcia e via, si parte. Ma guarda ste macchine, sempre ad intralciare il traffico, maledetta pasticceria. Cazzo, lo vedi che c’è lo stop? Vieni più in qua già che ci sei, dai! Ogni mattina la stessa storia. Oggi devo anche andare dal commercialista, quindi via nel traffico del paese. Cazzo ma tutti fuori ora?
E ora che c’è? un furgone fermo? vabbè dai, deve scaricare…ma perché non scorre dall’altro senso? aspetta, ma che fa quello? ma cazzo, contromano, parcheggia nell’unico buco libero sulle strisce e di traverso e ferma il traffico noncurante che tutti gli suonino contro. Che gente di merda che c’è in giro però!

Ehi, un momento. Quella macchina bianca la conosco. Ora infamo il tipo che ne esce (nel frattempo ho superato il furgone, finalmente).
Eccolo, capelli bianchi, sulla settantina, il classico prepotente della strada.

A stron…ciao babbo, bel parcheggio stamattina eh! o_O
Via, vado dal commercialista. Ciao.

Palla Avvelenata

Molto, molto tempo fa, nella Contea di Agrab la vita scorreva placida e tranquilla.
Sotto il controllo dei Conti Iccucram i sudditi del borgo  principale, nomato curiosamente come la Contea, vivevano una vita agiata e priva di problemi.
O quasi.
La Contea di Agrab si trovava nella Valle di Mezzo, che ospitava anche  la Contea del Cangallo e il Granducato di Ciuconia, la cui capitale era il borgo montano di Coraglia.
Le caste nobiliari erano nel diritto di possedere territori tanto più vasti quanto maggiore fosse l’importanza del titolo stesso, comprensivi del loro contenuto in cuori battenti: animali ed esseri umani. Questi ultimi erano trattati con assoluta benevolenza, come il buon padre di famiglia fa col figlio. Molto tempo dopo, il concetto del pater familias sarebbe entrata in un famoso libro intitolato “Codice Civile”, ma questa è un’altra storia.

Per mantenere l’ordine nei loro territori, perché si sa che non tutte le ciambelle riescono col buco e in verità ogni tanto qualche protesta -insensata!- si levava, i lungimiranti Conti Iccucram inventarono le caste sociali.
Gli Agrabei vennero suddivisi in Giovani e Vecchi. Tra i Giovani e i Vecchi introdussero altre due caste, i Grigi e i Genitori.
Curiosamente le caste sociali agrabee erano strutturate in maniera tale che a maggior quantità di vita residua corrispondevano maggiori diritti: ne conveniva che i Giovani erano quelli con più diritti ed i Vecchi quelli con meno.
Per Diritti si intendeva il Diritto di Vivere, il Diritto allo Studio, il Diritto ad avere un Buon Lavoro, il Diritto alla Salute, il Diritto di Non Fare un Cazzo, il Diritto di Rompere i Coglioni.
Inutile a dirsi che i Giovani partivano molto avvantaggiati.
I Grigi erano quella fascia di popolazione che possedevano diritti intermedi rispetto agli altri ed avevano il compito molto importante di far funzionare la Contea dirimendo questioni ed eventuali scontri tra Giovani e Vecchi.
I Genitori erano dei Grigi che possedevano Giovani in casa. L’oggettività non era il loro miglior pregio.
Ad Agrab per mantenere l’ordine esisteva un corpo scelto di Grigi, maschi e femmine perché già allora erano avanti e non facevano distinzioni in base al gender, detti Vigilanti Urbanici. I Vigilanti Urbanici rispondevano agli ordini del Podestà locale, il Signor Inobin, il quale poi riferiva ai Conti Iccucram che tutto andasse bene all’interno del territorio da loro controllato.
La pena nel caso qualcosa fosse andato storto era la detronizzazione del Podestà. Era già accaduto più volte in passato, poco prima col Dottor Erisen, a cui fu poi preferito Inobin anche per far vedere che i Conti erano a modo loro molto democratici.
Il Signor Inobin non aveva vita facile. In molti avrebbero goduto delle sue eventuali sconfitte, per cui doveva sempre guardarsi le spalle dai Nemici dell’Ordine Precostituito.
Due di essi erano davvero temibili.
Uno era l’aniopontino Acul detto il Mastro, acerrimo nemico politico con nascoste volontà, un giorno, di rubargli la poltrona (eh si, anche allora certi vizi erano già presenti).
L’altro era il più temibile, un Grande Grigio Orco Cattivo che avrebbe voluto e potuto mangiarsi il mite Inobin a colazione, tra un caffé ed una crostata.
Il suo nome era Pablo il Giannizzero e tutti lo guardavano con un misto di paura e rispetto. Era così conosciuto anche al di fuori della Valle di Mezzo che molto tempo dopo gli amèrici della Dreamworks lo presero come riferimento per la saga di Shrek.

A quel tempo le persone avevano ideato , per discutere democraticamente tra di loro,  un sistema intelligente che permetteva di parlare a tutti e con tutti anche se nel momento in cui lo si faceva si era da soli. All’interno di ogni Contea, Regno o Granducato era allestita una grande stanza con molte postazioni a sedere ed una grandissima bacheca in sughero, alla quale i sudditi di ogni età appendevano i loro messaggi, pensieri, elucubrazioni, accuse, difese, frustrazioni, disegni di ciò che avevano mangiato o dei loro animali, loro autoritratti e chi più ne ha più ne metta.
I Conti Iccucram rifornivano giornalmente il luogo di adeguate quantità di fogli di carta, penne, calamai e matite colorate affinché i sudditi avessero sempre tutto a disposizione.
Avevano chiamato questo luogo “La Vostra Faccia sul Grande Libro” e presto divenne consuetudine chiamarlo così anche nelle contee vicine, con appositi messaggeri che andavano e venivano da quei luoghi per portare le comunicazioni delle persone lontane che volevano stare in contatto tra loro.
I messaggeri sarebbero poi diventati i Pony Express della selvaggia Amèrica, mentre l’idea della faccia sul grande libro fu ripresa ancor più tardi da un oscuro Giovane americano che riuscì a far moneta sonante con quella invenzione.
Il suo nome aveva a che fare con le zucche.
Gli Amèrici hanno questa grande tradizione di copiare le idee agli italici. Accadde anche con il telefono.

In ogni caso, “La Vostra Faccia sul Grande Libro” -popolarmente poi chiamato da tutti FacciaLibro–  diventò da lì a poco il modo principale di comunicazione dei sudditi di tutta la Valle di Mezzo. Non occorreva neppure più incontrarsi, darsi appuntamenti, andare nei protobar a bersi qualcosa in compagnia: bastava recarsi a FacciaLibro ogni qual volta si sentisse la necessità di dire qualcosa a qualcuno. Funzionava così bene che anche se per caso si incontrava quel qualcuno, non era più necessario colloquiarci, poiché ciò che gli si voleva dire era tutto scritto a FacciaLibro. Un messo della Contea era addetto a controllare il flusso delle discussioni ed a censurare eventuali esagerazioni.
Il messo non era molto attento ed era anche un po’ bigotto. Se qualcuno lasciava –buontempone!- il disegno di qualcuno come mamma ci ha fatto, ecco che subito cancellava le pudenda avvertendo il disegnatore che la sua opera non era allineata agli standard della comunità.
Le offese personali ed anche le belle illustrazioni raffiguranti dolore, esecuzioni di pene capitali, delitti efferati, protobullismo e minacce di ogni tipo erano invece sempre ben accette, come insegna ogni società avanzata che si rispetti.

La vita scorreva ancora tranquilla. I Giovani esercitavano i loro Diritti, i Grigi controllavano, i Vecchi non rompevano troppo i coglioni e per fortuna spesso morivano. Non c’è miglior modo di non rompere i coglioni se si è morti.
Ah, i Genitori esercitavano il loro controllo sui Giovani. Nel senso che li ammiravano a tal punto che per loro ogni cosa che facevano era giusta. D’altronde, il Diritto era dalla loro parte!

Dovete sapere, cari lettori, che ad Agrab, oltre a FacciaLibro esistevano alcuni punti di aggregazione ove i sudditi potevano liberamente incontrarsi per parlare, discutere, perfino giocare. C’era il Parco del Futuro Presidente Amerìcio, dove i Giovani Giovani potevano giocare ed i Genitori parlare tra loro, c’erano i Campi da PallaCorda, dove i Grigi volentieri si intrattenevano per far vedere quanto più bravi erano degli altri e, perché no, per mostrarsi e poter incontrare delle Giovani o delle Grigie onde poter poi, mediante un rituale detto dell’Accoppiamento, produrre nuovi Giovani per la Contea.
C’erano le Chiese, dove tutti potevano incontrarsi e professare le proprie religioni: il Cattolicesimo, il Cattolicesimo ed il Cattolicesimo. L’apertura mentale di un popolo si vede anche dalle piccole cose.
Infine vi era l’OrtoFiorito.
Una volta al centro del borgo c’era una storica piazza con un grande spazio verde e molti alberi, vanto degli abitanti  ancor  prima dell’avvento al potere dei Conti Iccucram. Alcune iscrizioni su pietra recentemente ritrovate farebbero risalire la prima costruzione della piazza ad un certo Padre Ruggio, il fondatore del paese.  Dopo anni di discussioni che videro protagonisti il mite Inobin, il Mastro e diversi altri Grigi sapienti, non senza aspri litigi ed amicizie finite, fu dato un nuovo volto alla  Piazza che, anche se non aveva più l’orto fiorito alla fine dei lavori, mantenne per tradizione l’antica denominazione.
In verità la nuova piazza era molto funzionale. Fu deciso che vi fosse una grande area centrale elegantemente ricoperta in travertino, circondata da belle panche dove tutti potessero sedersi e chiacchierare per poter usare a volte solo la faccia e non anche il libro (eh si, l’area FacciaLibro aveva un po’ preso la mano agli abitanti di Agrab).
Naturalmente il nuovo volto della piazza non piacque a tutti.
I Giovani furono entusiasti, in quanto videro in essa un nuovo luogo in cui giocare. Ne avevano il Diritto.
I Grigi erano divisi, a qualcuno piaceva, ad altri no.
I Vecchi, compatti, rifiutarono anche solo l’idea di quella piazza così scarna rispetto al passato. “Era meglio prima”,”Che schifo”,”E’ tutto un magna magna”, “Gombloddo!1!!” e “Piove,governo ladro” i commenti più frequenti. Ma i Vecchi ad Agrab non avevano il Diritto di rompere i coglioni, per cui nessuno si prese carico delle loro inutili proteste.

I Giovani invece ebbero la grande idea, per ravvivare le noiose giornate agrabee, di indire un torneo di Palla Calciata, il gioco che andava per la maggiore da quelle parti.
Le regole erano semplici. Due squadre di un numero imprecisato di Giocanti, tutti Giovani, due porte (aperte) ed una palla rotonda, da toccare solo con i piedi. Vinceva chi faceva più centri nella porta avversaria. La figura dell’arbitro e la regola del fuorigioco sarebbero arrivati solo più tardi, anche se nessuno ad oggi ha ancora capito a cosa servono. Sia l’uno che l’altra.
I Grigi potevano fare gli spettatori-controllori se erano anche Genitori. I Genitori erano contenti di saperli giocare nell’ OrtoFiorito, poiché essendo il fondo di travertino, i loro Giovani non potevano tornare a casa sporchi di fango o di erba. Al limite un po’ sbucciati.
Il campo di Palla Calciata era quindi delimitato dal perimetro delle panche della piazza.
Poco importava se quelle panche erano spesso abitate da Vecchi che le usavano per le ultime chiacchiere tra loro -è notorio che i Vecchi e i Giovani non debbano parlarsi, non sta bene-, oppure per scaldarsi un po’ al sole o leggere qualche protorivista: Novella Mille, la Domenica del Messaggero, la Gazzetta del Calciante le più lette dell’epoca.

Gli allenamenti in vista del torneo erano numerosi. Era difficile trovare la piazza sgombra, a meno che non piovesse. Come effetto collaterale di cotanta baldanza iniziarono ad esserci dei piccoli episodi in cui i Vecchi protestavano con i Giovani calcianti per i rumori, le urla che non li facevano riposare ed anche per qualche calciopallata che ogni tanto li sfiorava o li colpiva di striscio.

Ma fino ad allora le proteste si limitarono all’invettiva (citazione colta).

A dire il vero qualche malumore era arrivato nelle stanze di FacciaLibro. Qualche Grigio iniziò a calpestare i Diritti dei Giovani dicendo che forse era il caso di mettere un freno alla baldanza dei calcianti perché qualcuno avrebbe potuto farsi molto male.
Il più inviperito di tutti era Pablo il Giannizzero, Grigio e Genitore. Un comportamento inusuale che lasciava perplessi tutti gli altri Genitori.
“Ma come, anche tu hai figli e non comprendi che devono divertirsi come più a loro pare e piace? Sei sempre il solito esagerato, cosa vuoi che accada! da che mondo è mondo, i Giovani hanno sempre giocato a Palla Calciata nelle piazze! Sei un cretino! Vaffanculo!” i migliori commenti che gli altri lasciavano a Pablo a FacciaLibro.

Già, perché Pablo era anche piuttosto grosso, molto meglio dirglielo a FacciaLibro, perché direttamente in faccia poteva anche essere pericoloso. Aveva fama di essere cattivo se lo facevano arrabbiare, ma FacciaLibro era comodo anche per questi motivi, puoi dire ciò che vuoi ad una persona, tanto quella in quel momento non c’è!
Pablo aveva anche tentato di contattare i Vigilanti Urbanici che a dire il vero in un paio di occasioni erano anche intervenuti sequestrando (vergogna!!) la calciopalla della discordia.
Logicamente le  veementi proteste dei Genitori verso i Vigilanti sortirono il giusto effetto e la calciopalla fu restituita in entrambe le occasioni. E ci sarebbe mancato altro, quando mai si è visto che un Tutore dellOrdine conti più di un Genitore Incazzato?
Il mite Inobin tentava, in tutto questo, di trovare un equilibrio. Anche Pablo il Giannizzero, pur strano che fosse, era pur sempre un elettore.

Poi accadde un fatto. Durante una concitata fase di gioco un colpo di cannon… ehm una calciopallonata ad elevatissima velocità colpì in pieno viso una Vecchia, facendola rovinare sul selciato.

Ora, cosa ci facesse una Vecchia lungo la traiettoria della calciopalla lo sapeva solo lei.
In segno di protesta per aver rovinato la partita, i Giovani giocanti giustamente arrabbiati con la Vecchia Elsa se ne andarono quasi tutti, di corsa per giunta. Quasi tutti.
I Grigi spettatori, per un gioco di riflessi del sole, non avevano visto niente, tanto meno chi avesse calciato la cannonata fatale.
Nel frattempo la Vecchia Elsa continuava ad essere stesa sul selciato e qualcuno, non si sa chi, aveva chiamato i soccorsi.
Solo il Giovane rimasto a guardare, Robertino detto il Bischero, probabilmente non ben consigliato dagli altri si avvicinò alla Vecchia offrendole un fazzoletto e prestandole i primi soccorsi.

Anche se era una Vecchia, dei Diritti residui li aveva. Arrivati i barellieri, notarono che i suoi vetri da vista erano stati disintegrati dal colpo e che aveva pure bisogno del Biosarto per ricucirgli parte della bocca ed anche di un paio di denti nuovi. Lavoro assicurato anche per il Rimandibolatore. Tanto la Vecchia qualche soldo da parte ce lo aveva di sicuro, che se li doveva portare nella tomba?

Nei giorni successivi a FacciaLibro non si parlava di altro. Pablo richiedeva a gran voce l’intervento delle Autorità, minacciando pure il mite Inobin e i Vigilanti se non avessero proibito il gioco della Palla Calciata nell’ OrtoFiorito.
Contro di lui tutti gli altri, a partire dai Genitori dei calcianti, che ribadivano come fosse tradizione giocare in piazza e di come una calciopallata non avesse mai ammazzato nessuno.
“Quel che non ammazza ingrassa!” dicevano. Elsa in effetti non era morta e pesava 43 kg, per cui alla fine avrebbe anche dovuto ringraziare il cecchino.
L’accesa discussione verteva alla fine su quanto fosse poco allineato Pablo con gli altri Genitori. anche i Grigi erano compatti contro di lui. Che diamine, è stata colpita una inutile Vecchia, mica un baldo Giovane, speranza per il futuro!

Nessun Genitore andò a vedere come stesse Elsa.
Nessuno andò a chiederle scusa, né direttamente né a nome di qualcuno. Colpa sua, se passava di lì proprio durante la partita!
Nessuno si fece carico di rifonderle i danni subiti.
Nessuno emise ordinanze limitative al gioco della Palla Calciata.

Nulla era successo. Era solo una Vecchia. 

 

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La Piazza dell’ OrtoFiorito in una rara illustrazione dell’epoca

Il Folletto

Sono un folletto radical-chic.

O meglio, mi hanno detto che lo sono. Il mio compito, ma in realtà non è un compito perché lo faccio e basta, è portare felicità.
Mi riesce bene.

Nella vita incontro persone che hanno delle mancanze, a cui la vita stessa non ha sorriso troppo o lo ha fatto solo in passato. Mi attraggono.
Mi piace sentirmi utile e lo faccio bene. Ho bisogno di sentirmi utile. Mi hanno prodotto così. Sono timido, ma anche simpatico, molto intelligente, misterioso il giusto e un po’ guascone. Leggo il pensiero e mi adatto  alle situazioni. Do sempre le risposte giuste. Il mio secondo nome è Empatia.

Trasformo sguardi tristi in sorrisi smaglianti, frasi d’amore, momenti indimenticabili. Rendo migliori le albe e i tramonti, gli aperitivi e le cene, pure i risvegli e gli assopimenti. Porto colazioni a letto oppure mi portano il caffè, e chi me lo porta lo fa col sorriso di una giornata migliore. Ho il dono di far ridere e sorridere. Non è da tutti, ed io me ne approfitto. Mi chiamano anche l’Ottimista.

Creo immagini che rimangono a lungo e producono endorfine nelle persone che incontro. Immagini di passeggiate lungo i laghi, di mani intrecciate contro il sole, di abbracci infiniti, di bambini considerati e felici, di famiglie serene, cani a passeggio, addii e arrivederci,  caldi venerdì sera, di giochi sulla neve, carezze di gatti, anziani tranquilli, baci infuocati, tramonti sul mare,  viaggi felici, papaveri rossi nel campo di grano, madri immortali, riunioni tra amici, fratelli che litigano ma poi fanno pace.

Mazzi di fiori, biglietti di auguri, partenze e ritorni, aquiloni nel vento, biglietti di viaggi, autoscatti rubati, strade tortuose, caselli e autogrill, castagne nel bosco, sentieri isolani, “sei tu? si, sono qui!”

Rendo le persone uniche come l’amore che infondo loro. Mi nutro dell’amore che ricevo di ritorno. The love you take is not always equal to the love you make.

Creo la bellezza dei luoghi dove mi portano. Sono il blu del cielo e dell’acqua, il giallo del sole, il verde degli alberi e il marrone della terra. Sono il fuoco del caminetto acceso, la sabbia tiepida della spiaggia in un giorno d’inverno, il miglior sesso che proverai, il calore dell’abbraccio, il sapore del formaggio col miele, i progetti per il futuro, la musica in macchina, le impronte sulla neve, il gatto accoccolato sul letto, le risate per niente, la pioggia da bere, il bicchiere di Morellino, il whisky torbato, il mojito perfetto.

Sono i concerti all’aperto sotto la curva del cielo, sono  le libellule sopra gli stagni e le pozzanghere in città, le case di pane e le riunioni di rane, la polvere e il vento di una giornata perfetta. Sono la speranza di una vita migliore, la consapevolezza che tutto muore ma forse tutto quel che muore un giorno tornerà indietro, sono il treno che porta santi, peccatori, perdenti, vincitori, anime perse e cuori infranti verso una terra di speranza e sogni. Sono la tua America, la tua parte di letto in questa parte di vita, il tuo big love. Ovunque proteggo con la grazia del mio cuore.

Sono la tua pillola blu e la tua pillola rossa, il tuo fight club, la tua sliding door, il tuo ammaliatore di api, John Keating, Alexander Supertramp, il capitano Kirk, Rick Blaine ma anche Tyler Durden, Ace Ventura, Frank Drebin e Roy Batty. Ti faccio vedere cose che non potresti mai immaginare, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione o i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser.

Assorbo pensieri tristi e cancello solitudini. Produco sogni bellissimi anche se a volte li calpesto.Sono la miglior serie tv che vedrai. Miglioro vite altrui finché sento che c’è bisogno di me. Poi vado in cerca di altri buchi neri. Mi attraggono. Li attraggo.

Sono infedele.

Sono  l’ultimo Walter White.

E tutti quei momenti, alla fine, andranno perduti come lacrime nella pioggia senza che io possa farci più niente.

“Too late
Tonight
To drag the past out into the light
We’re one, but we’re not the same
We get to
Carry each other
Carry each other
One”
(U2-One)

La Tempesta Perfetta

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-Non ce la faccio più.

Aspetta, le dico io. Aspetta e vedrai che stasera tutto questo sarà cancellato in un attimo.

-Ma io  ho fame,sete,sono stanca!

Vabbè dai, ieri sera hai mangiato per una settimana, vedi di reggere un po’. Qua son romani, funziona tutto un po’ così.

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Il viaggio era cominciato sotto i soliti auspici, per tutti i protagonisti di quest avventura. Anche per Francesca, che è romana, ma si sa che in un modo o nell’altro si è sempre in viaggio. In effetti lei è in viaggio da molto tempo, con alterne fortune. Tre anni prima ci eravamo detti che forse non ci sarebbe più ricapitato, visto che quando c’è un tumore di mezzo non lo sai mai se tra tre anni ci sarai ancora, però intanto rieccoci qua, a smoccolare -parecchio, a dire il vero- sulla vita puttana che a volte è davvero un po’ cattiva. Francesca è mia amica da sempre, da quasi quarant’anni oramai. Erano tre fratelli e una mamma burbera ma unica, la Giuliana. Che donna la Giuliana! Nel 1983 andai ad abitare da loro a Roma per un mese, perché di Roma era la mia prima vera ragazza importante, la Carla. Allora la Giuliana era già vedova e tirava su quei tre ragazzi come solo una mamma può fare, nonostante tutto e contro tutti. Carlo, Giulio e Francesco. No non è un refuso, ho scritto proprio Francesco. Dei tre devo dire che avevo legato più di tutti con Francesco. Loro erano i nipoti della farmacista del mio paese e ci conoscemmo proprio lì, qualche vita fa. Giulio era il più grande, simpatico sbruffone come alla fine tutti i romani. Carlo il più piccolo, classe 1965, la mia stessa età.

E poi Francesco, il mezzano, il più alto, anche il più intelligente. Quello che mi disse, in tempi non sospetti, che un giorno la musica l’avremmo ascoltata (anche Bruce!) attraverso memorie a stato solido. Era avanti, il ragazzo. Nel 1983 stava uscendo il cd come supporto musicale eterno. “Il cd nasce già morto” fu la sua sentenza, e aveva ragione.

Dopo quell’estate ci perdemmo un po’ di vista, rividi Carlo una dozzina di anni dopo al mio paese, visibilmente ancora scioccato da una delusione amorosa. Poi la vita va avanti e ti fa dei regali casuali. Qualche anno fa incontro per caso la suddetta zia, oramai pensionata, che mi racconta, schifata come solo un cattolico oltranzista può fare, che  suo nipote Francesco si era fatto trans (sic) ed ora era un “ibrido”e che era come se l’avessero ammazzata…In ogni caso mi fu facile, a quel punto, ringraziare la zia – e sbarazzarmi di una persona così abietta –  che comunque mi aveva dato modo di recuperare informazioni per trovare,a questo punto, la mia amica Francesca Eugenia. Donna a tutti gli effetti, anche legalmente.

Ricominciammo a sentirci, telefono e skype, sia con lei che con la Giuliana. Per alcuni mesi  ogni tanto ci sentivamo e ridevamo pure assai, con la mamma che continuava a chiamarmi Stefanino ed a ricordarmi di come si preoccupava, quell’estate 1983, quando ero stato loro ospite. Nel frattempo Giulio era morto anzitempo per un tumore e Carlo aveva seri problemi con se stesso.

Un giorno mi chiama Francesca dicendomi che mamma stava male ed era ricoverata all’ospedale. Il tempo di organizzarmi e, dopo 29 anni che non ci vedevamo, rividi sia Francesca che Giuliana, nella sua stanza nella clinica sull’Aurelia. Pare che fossero settimane che non sorrideva: lo fece di nuovo vedendomi e di questo Francesca mi ringrazia sempre. La giuliana morì da lì ad un mese. Con la Francesca rimanemmo d’accordo di vederci più spesso e la nuova occasione fu il concerto di Springsteen alle Capannelle nel 2013, dove riscoprì tutta l’emozione e la carica che quell’uomo può dare a chiunque. Fu talmente bello che ci chiedemmo seriamente se avesse potuto ripetersi ancora un’occasione così.

Si! poteva accadere di nuovo.

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-Devo fare la pipì. Mi accompagni?

Certo che ti accompagno, anche se… vabbé dai, magari la faccio anch’io.

Ci allontaniamo dalla fila sotto il sole per andare a chiuderci dentro un Sebach, con quel piccolo presentimento che forse non era il momento giusto, ed infatti al nostro ritorno la fila si era mossa, qualche security man aveva aperto le cateratte e noi avevamo perso posto e amici, Cesare, Francesca e la Giovanna.

 

La Giovanna. La mia amica di concerti Giovanna, amica fisica comune di Renzo l’uruguagio, conosciuta telematicamente giocando a Ruzzle e proprio sulla chat di Ruzzle ci venne in mente di unire le forze per andarci a vedere il Boss a Roma alle Capannelle nel luglio 2013. La Giovanna, che lei e i treni proprio non vanno d’accordo. Reggiana, per raggiungermi a Lucca e proseguire poi insieme in auto prese un treno che arrivò in ritardo perché la sua linea era stata messa fuori uso da un fulmine. La Giovanna, che per arrivare a Roma nel luglio 2016 prende Italo e Italo risponde con la prima soppressione di una corsa nella sua giovane storia. Efficienza di Italo versus Giovanna 0-1. Luca Cordero di Montezuma poi è comunque riuscito a farla arrivare con la corsa successiva. Come scopriremo successivamente io e la Giovanna con i concerti ci portiamo fortuna, molto meno però quando cerchiamo di raggiungere i luoghi degli eventi.

La andiamo a prendere al capolinea dell’H con la mia macchina.

Entra dai, le faccio io.

-Magari, ma non c’è la maniglia.

Mi accorgo quindi solo allora che poco prima, per entrare a casa della Fra avevo preso stretto un cancello, così stretto che ho fatto la barba allo sportello posteriore destro con rasatura completa della maniglia d’apertura. M’importa sega, siamo a Roma, mi dico, ma intanto alla povera Ford mancava un altro pezzo. Un altro perché tre anni prima avevo grattato un angolo sempre da quelle parti lì nel tentativo di uscire dal parcheggio. Al prossimo concerto ci lascio il cofano.

-Mi devi capire, io non pensavo mica che fosse un casino così, ci chiudono dentro, non possiamo più uscire, fa caldo, i chioschi sono ancora chiusi, sono quasi 6 ore che stiamo qui e non so se ce la faccio, ho fame!

E ridaje! (semicit.), ma se ieri ti sei scofanata l’intero locale!

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In effetti la sera prima avevamo mangiato parecchio. Dopo esser stati a fare un sopralluogo al Circo Massimo, tanto il pit era già bruciato in mattinata, siamo .andati a berci qualcosa al Coming Out e poi abbiamo raggiunto Massimo (d’ora in poi Il Gosto, se no si confonde col Circo) e il suo amico DavidechefacevalevecidiCesare, cioè che ha tentato di prendere un numero per il secondo pit per l’altro amico di concerti Cesare che non era ancora arrivato. La Fra propone un posto che si rivelerà vincente, vicinissimo a casa sua, un po’ fuori dalle rotte turistiche: ci porta dal suo amico Romano, Pancione de cognome e de fatto. Er Barone, locale aperto da sei mesi dal suddetto Romano che più romano de così nun se potrebbe, persona squisita, dall’aspetto di un barbaro ma con una capacità di metterti a tuo agio fuori dal comune, come fuori dal comune sono la sua abilità e quella dello staff intero di cucinare pietanze paradisiache e di farti sentire a casa tua. Quest uomo, che ha avuto alterne fortune nella vita come scopriremo chiacchierando con lui tra una carbonara e uno scoglio, tra una Tennent’s fantastica e gli shottini di mirto che metteranno fuori uso quasi tutti i presenti, compreso il Gosto che rischierà di pagare cara la sua ingordigia, è in realtà un guru della cucina romanesca e il suo locale dovrebbe essere una meta obbligatoria per chiunque vada a Roma per qualsiasi motivo.

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Il Gosto…il Gosto è un amico. Un amico dai tempi dell’Università, stessa casa da studenti e grandi amicizie che dureranno per sempre. Un amico nelle cose belle come questa e nelle cose brutte, come quando andammo in Francia per portare l’ultimo saluto al nostro carissimo amico comune Franco, ma questa come si suol dire è un’altra storia. In ogni caso al Gosto gli voglio bene e anche lui me ne vuole. Son cose nostre. Ciò non toglie che non ci si prenda pesantemente per il culo, anzi. Ed infatti…

 

16 luglio 2016, ore 8 di mattina. Siamo davanti al gate 2 del Circo Massimo, in attesa di entrare. Mi chiama il Gosto al telefono. Sarà in ritardo e ci vuole avvertire, pensiamo.

-I biglietti! non ho i biglietti! ho lasciato la borsa in quel caxxx di posto di mxxx, xxx porcx, grunt, xxxmerdx porcaxxxxxxa (ad libitum)

Perfetto. Siamo all’ingresso, stanno per farci entrare, c’è anche Cesare -quello vero- che aspetta il suo biglietto che ha il Gosto assieme al proprio e il Gosto ha lasciato la borsa con i biglietti in un’osteria romana anche un po’ fuori mano che alle 8 di mattina non può che esser chiusa.

Il Gosto è un grande appassionato di musica e soprattutto di Bruce. Nel 2013 si è perso per pochissimo il concerto delle Capannelle, quello dove Springsteen ha suonato per la prima volta in carriera in Europa NYC Serenade, feticcio allucinazione di centinaia di migliaia di fan che si sono fatti decine di concerti senza mai riuscire a sentirla. Il Gosto è vicino alla trentina. Quel giorno ha potuto sentirla in diretta si, ma in lacrime ed attraverso il mio telefono, perché io c’ero, ma lui no. E qua senza biglietti si rischiava il bis.

Noi intanto entriamo tutti, primo varco senza bisogno di biglietto, cosicché anche Cesare intanto si unisce a noi ed iniziamo la doppia attesa. Del concerto e del Gosto.

Ne seguono 18 telefonate verso il mio cellulare più alcune perse, cronaca di tentativi di apertura anticipata del locale dove lui si era naturalmente appostato fin dalle 8.30, chiamando ripetutamente al telefono il Barone che è uno che se gli sei amico ti da’ il cuore, ma se pelo pelo ti prende sui coglioni allora dimenticateli (i coglioni, of course, perché potrebbe servirli alla vaccinara il giorno stesso a qualche avventuroso cliente).

In fila abbiamo spesso l’occasione di chiacchierare con perfetti sconosciuti che per il tempo dell’attesa si rivelano quasi come persone conosciute da sempre, poiché trovi sempre qualcosa di cui parlare quando hai in comune passioni forti per le quali ti sacrifichi volentieri. In questo frangenti mi dico sempre che se a governare vi fossero i popoli dei concerti il mondo sarebbe un posto migliore. Ma la fila mi ha permesso di conoscere meglio anche Cesare, finalmente.

Innanzitutto il suo istinto omicida verso l’amico Gosto era rientrato poiché alla fine, dopo innumerevoli telefonate, Er Barone s’era svegliato ed aveva aperto il locale permettendo il recupero di borsa e biglietti. Attraverso le sbarre della nostra prigione volontaria temporanea è avvenuto il passaggio del sospirato ticket, Cesare già dentro, Gosto fuori ben più lontano dall’entrare ma che, per problemi legati all’organizzazione ed all’ordine pubblico, entrerà alla fine nell’ovale prima di noi trovando per tutti un ottimo posto alla destra del palco.

Io e Cesare ci siamo sempre sfiorati nella conoscenza diretta ai concerti del Boss, finché al volo ce l’abbiamo fatta a stringerci la mano e fare due chiacchiere alla prima data di Milano 2016. Barba, occhiali a specchio, cappellino da pescatore ormai distrutto da 35 anni di concerti, una cultura musicale invidiabile -ne sa sicuramente più di me- ed una pazienza quasi infinita legata all’esperienza maturata in lustri di file e pit in lungo e in largo per l’Europa. Ha un figlio che ogni volta che torna a casa gli chiede quando metterà la testa a posto. Elliott Murphy l’ho scoperto grazie a lui, probabilmente il fan numero 1 di un artista tanto grande quanto misconosciuto. Un disco di debutto favoloso, stesso periodo degli esordi di Bruce. Bruce poi è diventato quello che è, Elliott è sempre rimasto nel sottobosco degli artisti che meriterebbero di più da un pubblico un po’con i paraocchi, ma tant’è. Proprio negli ultimi anni la gente lo sta riscoprendo, in effetti anch’io ho fatto così.

Nel frattempo Francesca litiga con uno della security per poter farci restituire almeno lo zaino se non il posto vicino a loro che avevamo prima del pit stop al bagno chimico. Malumori vari prima del passaggio attraverso i vari varchi della sicurezza, necessari dopo i fatti di Nizza di pochi giorni prima, ma alla fine si passa.

Il Circo Massimo col sole battente è un discreto spettacolo, questo ovalone allungatissimo con la gente che corre verso il palco, il vento soffia alleviando un po’ la calura ma ci butta anche tanta polvere negli occhi, trasformandoci tutti in tuareg europei, rossicci anziché blu.

Troviamo la Francesca che si era fermata ad aspettarci, allestiamo un posto abbastanza vicino al palco dove stenderci, andiamo finalmente a mangiare qualcosa. In quel momento degli altri era persa ogni traccia. Facendo un giro del Circo le carenze logistiche ed organizzative si facevano vedere. Due sole rampe di scale per scendere nell’ovale, una a mezza altezza, l’altra dedicata agli ingressi pit dove si imbucheranno poi, anche a concerto iniziato, vip, pseudovip e raccomandati. Semo a Roma. Per ordine di non so chi le rampe di scale erano ridotte a due perché all’evento precedente degli Stones l’applicazione di sei di quelle strutture aveva prodotto “danni irreparabili” al monumento. Se andate a vedere il Circo Massimo vi accorgerete che i danni irreparabili non li fanno certo quattro paletti ben montati…il risultato sarà che se fosse accaduto qualcosa, i ritardi nei soccorsi sarebbero stati eccessivi.

-Prima ero talmente esausta che non riuscivo più a ricordare che faccia hanno i miei figli!

Vuoi dire che ad un certo punto hai pensato qualcosa del tipo ma chi me l’ha fatto fare?

-per un attimo ci ho anche pensato, ti dico la verità. Ora però sto meglio, ma di sicuro domani avrò la schiena a pezzi..

Dai, domani ricorderai ben altro…

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Il Gosto ci chiama dicendo che ha trovato un buon posto e che ce lo sta tenendo. ci troviamo alla fine nel nostro posto definitivo, all’inizio della discesa nell’ovale alla destra del palco, proprio attaccati al famigerato ingresso imbucati del pit, con buona pace di chi si è fatto un mazzo tanto da giorni prima per esserci dentro. Alla fine siamo tutti e cinque riuniti, sempre più stretti perché la concentrazione umana sta aumentando. Entro qualche ora non si vedrà più un metro libero. Al solito, gente che arriva e ti si mette davanti, gente che si imbuca e gente che fa l’errore di mettersi davanti a Cesare mentre suonano i Counting Crows, dicendogli “ma che t’arrabbi a fare, che non è ancora cominciato”. Non a caso prima avevo parlato di pazienza quasi infinita. Quasi.
Quasi ci rimette il naso, il malcapitato, che si mette lesto lesto a sedere vista la mala parata.
Cominciamo ad essere un po’ stanchi, il sole non darà tregua fino al suo tramonto e vedere gente che continua ad imbucarsi nell’area pit, dove noi non siamo riusciti ad entrare, non è cosa simpatica.

Manca poco.

Eccoci.

C’era una volta il West.

Alla spicciolata entra tutta la E-Street Band. Entrano anche altri musicisti con strumenti a corda in mano.

Esce lui, nel boato della folla. Un mare di cuori rossi sventola nel pit.

Chitarra in spalla,guarda attonito lo spettacolo di noi nell’ovale, circondati dalle rovine della città eterna, in un tramonto da favola.

Ciao Roma!

.Lo schermo centrale riprende Roy Bittan al piano.

Due note.

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E tutto il mondo intorno a noi sparisce, assieme ai nostri problemi, lo stress, la fatica, la stanchezza, la sete, la fame.

Sorriso da paresi facciale stampato in faccia, occhi gonfi di lacrime dall’emozione, inebetiti da quella tempesta di bellezza che si sta abbattendo su di noi.

New York City Serenade.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Time

Facciate schiaffeggiate dal tempo

Facce intonacate alla meglio

Quadri staccati

Silenzio opprimente

Qualcuno parla

Solo una radio che suona

Scale sconnesse

Come le vite passate di qui

Je suis Sally

In questo colloquio immaginario, condito dall’ascolto -doloroso- di Sally di Vasco, mi scorrono davanti agli occhi le immagini di te statuaria, altera ma fragile allo stesso tempo, lo sguardo velato di tristezza ( sad eyes never lie…) e comunque proteso in avanti, mai a guardare in basso…

Una donna con brutte storie alle spalle, ma sono state proprio sbagliate queste storie? o sono state esperienze diverse, che quando le vivevi erano belle ma il cui ricordo, poi, portava solo dolore, rimpianto, rassegnazione, perché ci hanno insegnato che l’amore non muore mai e che le storie durano per sempre ma poi in realtà non è quasi mai così…

“Questo è solo l’inizio”

Si, cara la mia Sally, quella frase aveva un senso, era così forte e vera che te la ripetevo spesso, perché in realtà c’era del gran bello da sviluppare…abbiamo viaggiato, abbiamo sognato, abbiamo fatto l’amore, abbiamo litigato sui nostri caratteri spigolosi, ci siamo aspettati, abbiamo girato aeroporti in lungo e in largo e aspettato di separarci solo all’ultimo secondo, abbiamo parlato, quanto abbiamo parlato…

e sai cosa c’è, la tua bellezza sta anche nella tua fragilità, nella tua voglia di darti ma sempre a modo tuo, nel tuo attaccamento ai tuoi luoghi, ai tuoi cari, quell’ attaccamento forte e responsabile che ti fa pensare che solo tu possa gestire certe situazioni.

Sally, la verità è che nessuno, nessuno è indispensabile, o meglio non si può pensare che senza di noi certe cose non possono andare perché si finisce col rovinare la nostra stessa vita. Non si può essere sempre arrabbiati col mondo, il mondo è così e lo sarà sempre, un po’ giusto e un po’ no, a seconda dei punti di vista degli attori in gioco.

Perché vedi Sally, la vita e le scelte non sono mai facili per nessuno. Tu lo sai, io lo so. La paura di sbagliare ancora, la paura dei cambiamenti, la paura e basta, irrazionale, che frena la corsa verso la vita, che crea rimpianti, rimorsi, chiude le bocche, blocca le parole è una puttana bastarda che castra le aspettative e gli amori più forti.

Ammazzandoli.

O modificandoli per rendere meno amara la realtà.

A me, Sally, è accaduto questo. A forza di cercare di saltare su di un treno in corsa e di frenarlo con le mie mani nelle tue e le tasche piene di sassi per avere più forza, è accaduto proprio questo. Un sentimento eterno, stabile, diverso. Un bene dell’anima.

Ma che a te, comprendo, non può andare bene, almeno per ora. E col tuo carattere potrebbe non andarti bene mai, ma non è vero che non è mai successo nulla, non è vero che non c’è mai stato nulla, non è vero che sei un cristallo di Boemia esploso in mille inutili pezzi, non è vero che non sei mai stata amata, non è vero che era tutta una finzione.

Non è vero che i frammenti inutili finiranno dimenticati in mezzo al campo, perché nessuno ce li butterà, ma si ricomporranno piano piano in un altro vaso scintillante. Che vivere ne vale sempre la pena, mamma o non mamma.

Perché Sally, non te l’ho ancora detto, ma anch’io sono un po’ Sally.
Siamo tutti Sally, prima o poi.

con amore infinito

Sally

Il mio Gianluca

“Che ci fai qui Claudio?”

“che ci fai qui te, Gianluca!”

Ci conoscevamo già da tempo, compaesani fornacini, il grande Tronca amico del Cencio, del Claudio mì cugino, fratello del Nicola che era in classe con me alle medie, figlio maggiore della Renza che, pur non avendola mai avuta a scuola come maestra, conoscevo lo stesso piuttosto bene.

Il Tronca, quello che quando io ero bimbetto, lui dieci anni di più –neanche tanti, ma a quelle età scolari facevano la differenza- quello grande della combriccola del mì cugino, figliolo della Lisi -sorella dello Zimbo– e del Vitaliano, puntualmente si presentava a portare allegria verso la fine del pranzo tradizionale di Capodanno che la Lisina allestiva con la maestria che solo lei possedeva.

Di quei pranzi ricordo poche cose: l’allegria familiare, il profumo dei famosi crostini che la Lisi preparava con imbattuta perizia e, appunto, I fragorosi ingressi del Tronca che veniva a portarsi via il Claudio (non io, quell’altro. Della fantasia della mia famiglia nell’affibbiare nomi parlerò poi. Per la cronaca anche mi pà si chiamerebbe Claudio) per le loro scorribande giovanili di inizio anno.

Il Tronca, che poi a me quel soprannome pareva anche un po’ offensivo, perché a me non sembrava già allora solo uno che spaccava porte ma uno che sapeva il fatto suo, nascosto dietro quell’allegria e quell’ottimismo che per fortuna possiedo anch’io e che, forse, devo anche a lui. Troncausci, perché la leggenda narrava che alle Scuole Elementari una volta avesse chiuso –o aperto, non si sa- una di quelle grosse porte pesanti di legno delle aule, troncandola per l’impeto messo nell’azione.

Il Tronca,che nonostante il soprannome si era iscritto a Veterinaria a Pisa e si era anche laureato, in barba a chi pensava fosse solo un simpatico guascone rompiporte.

Il Tronca, che era il veterinario del mio primo cane, la Elly, che veniva a visitare a casa portando professionalità e sorrisi alla mia mamma. È anche colpa sua se alla fine ho scelto di fare il suo stesso mestiere.

Il Tronca, che al mio matrimonio si mise a cantare offrendo divertimento per tutti, dandomi ancor di più l’orgoglio di averlo come amico.

Perché io a Gianluca devo anche molto, ma questo si capirà più avanti. O lo sapete già?

 

“Eh, son venuto a prendere l’originale della laurea e dell’attestato di abilitazione professionale perché ho vinto un concorso alla USL. E te?”

“io Sono venuto a presentare la mia tesi di laurea, son quasi in fondo ormai”

“Allora te finisci presto e poi vienimi a trovare per imparare la professione, che poi si vede”

 

Era il 1992. Mi laureai in luglio e da subito iniziai a frequentare il suo Studio a Bagni di Lucca. Imparai tutto da lui, a fare meno errori possibili e a riconoscere le principali malattie degli animali che venivano portati a visita.

Mi portava anche nelle stalle, a fare visite e prelievi. Ricordo una stalla in alta Garfagnana dove mi insegnò a prelevare il sangue  dalla vena caudale delle vacche.

Era facile. Passai l’esame, anche se puzzai di merda di vacca per giorni, visto che alcune di esse per ringraziarmi di averle prese per la coda mi cacarono simpaticamente addosso.

Avete presente dei getti di alcuni chili di quella roba lì? Ecco.

Mi testava. Nel contempo ci raccontavamo, si chiacchierava, diventammo amici.

Spesso rimanevamo fuori oltre l’orario e andavamo a fare le visite domiciliari notturne.

Qualche volta ci presentavamo a casa della gente anche alle dieci, dieci e mezzo di sera.

Il bello è che non ci buttavano mai fuori, anzi, ci aspettavano comunque fino a tardi.

Erano altri tempi.

Altre volte ce ne andavamo a magiare una pizza da Vinicio, dove famose erano due cose:

la pizza e i giganteschi litigi tra Vinicio e suo figlio, con moccoli e piatti che volavano ad altezza testa.

Oppure al Caffè Del Sonno. Più tranquilli lì, come il nome del locale, oppure rimanevamo direttamente a mangiare a casa di chi ci chiamava per una visita a casa del proprio cane o gatto.

La gente di Bagni di Lucca, Fornoli, Crasciana, Casabasciana, Brandeglio, San Cassiano, Montefegatesi e di tutti gli altri paesini vicini l’ho conosciuta così. Col Tronca.

Era bravo con i pazienti, era bravo con i loro padroni. Gli volevano bene e si vedeva.

Non trovava mai la via per tornare a casa.

Qualche volta gli prendeva sonno e allora si fermava con la macchina a mezza via, si faceva una dormitina di un paio d’ore o più e poi riprendeva la strada di casa.

Nel contempo l’Annamaria, la moglie, aveva già allertato la Misericordia, i Pompieri, la Stradale e aveva telefonato ai vari bar tra Bagni di Lucca e Castelnuovo per sapere se Gianluca fosse passato da lì.
Se in Italia ci fossero state le Giubbe Rosse avrebbe chiamato anche quelle.

Ma lui era fatto così. Tornava a casa, un sorriso, una litigata di quelle bianche e tutto tornava a posto.

Ah già, allora i telefonini erano solo per i cittadini. Bei tempi.

Nel periodo in cui lavorò come libero professionista era maledettamente bravo, in un periodo in cui la veterinaria era soprattutto visita clinica, termometro e microscopio lui era un ottimo clinico.

Anche un grande insegnante, le mie basi ed oltre le devo a lui. Poi diventò la norma anche per me, ma rimanevo affascinato quando con la sole cose che gli raccontavano i proprietari di animali al telefono, già sapeva di cosa si trattasse.

“vai su dalla Piera a Vallico Sopra, ha un maiale che non mangia con delle macchie rosse sulla pelle. Misuragli la febbre, se ce l’ha è malrossino, fagli una puntura di Tylan e lasciale il flacone”

“Vedi questa cagna? Non mangia, beve tanto, è andata in calore due mesi fa, ora ha le perdite. Se non è piometra questa smetto di fa il veterinario!”

Il suo modo di insegnare il suo sapere, mai supponente, sempre positivo, sempre umile e sempre pronto a mettersi in discussione non erano da tutti.

Ho avuto la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto. Uscito dall’Università, lui aveva appena vinto il concorso alla USL ed aveva bisogno di lasciare l’attività liberoprofessionale.

Con la sua solita semplicità mi disse se volevo rilevare il suo ambulatorio. Ora immaginate uno che si, va ad imparare il mestiere da un collega, ma che non ha idea di cosa farà nell’immediato perché non ci ha ancora pensato o non ci vuole proprio pensare, e si sente dire se voglio il suo ambulatorio, già ben avviato e con clientela numerosa.

“Si, ma come faccio a pagarti?”

“Non c’è problema, mi paghi piano piano con i profitti dell’ambulatorio, io ti affianco per un paio d’anni così conosci tutti mentre diventi un bravo veterinario”.

Gianluca era così. Semplice, positivo ed altruista. Ed andò proprio così.
Fummo colleghi instancabili fino al 1997 circa, anno in cui finì il suo percorso di affiancamento con me e mi lasciò aprire le ali da solo. E mi mancò già lì la sua presenza.

Nel frattempo mi ero sposato e del suo spettacolo canoro ho già detto, che se non fosse stato per la moglie che lo moderava sarebbe ancora lì a cantare con tutti.

Per tutti quegli anni il suo più fedele amico era il Doc, un Breton maschio che ha lasciato più figli lui in Mediavalle e in Garfagnana che il Dr Viglione ai tempi d’oro.

“Gianluca, c’ho un cane qui che mi sembra il tuo, io è tre giorni che gli d da mangiare e son tre giorni che mi tromba la cagna. Lo vieni a prendere?

“Eh si mi sa che è il mio, son giusto tre giorni che m’è scappato, domani lo vengo a prende, ‘un ti preoccupà!”

Ci rido ancora.

Dopo ci vedevamo più di rado, ma andavamo ogni tanto a mangiare qualcosa assieme oppure ci vedevamo in giro per lavoro, lui per l’ASL, io per le mie domiciliari, oppure a cena con le rispettive mogli.

E ancora lo andavo a vedere ed ascoltare nelle sue attività teatrali, che aveva intensificato avendo più tempo libero da dedicarci.

Ci vedemmo poi per una occasione ufficiale, verso metà 2013. L’Ordine dei Medici Veterinari di Lucca, di cui sono tuttora consigliere, aveva deciso di dare un premio “alla carriera” ai laureati da trent’anni. Naturalmente pretesi che il suo premio glielo consegnassi io, che gli dovevo così tanto.
Quel gesto simbolico mi parve molto bello.

Sapevo già che gli era stato diagnosticato un linfoma, quella sera ne parlammo un po’, con fiducia verso le terapie che avrebbe intrapreso da lì a una settimana.

Stava bene.

Solo poche settimane fa la signora Anna, la segretaria storica dell’Ordine nonché conoscente trentennale di Gianluca, mi disse che in quell’occasione lui gli confidò cheormai ne aveva per poco, visto quello che aveva.

Era ottimista ma era anche lucido.

Nell’ultimo anno Gianluca ha avuto alti e bassi con le terapie. Quando sembrava che tutto fosse andato per il meglio però un crollo delle sue difese con febbre persistente ne richiesero un nuovo ricovero, a Castelnuovo prima e poi a Lucca, al San Luca.

Era poco prima di Natale 2014.

A Castelnuovo lo trovai sempre combattivo, in cuor suo sapeva che sarebbe stato molto difficile ma non disperava di uscire anche da quella situazione.

Ad un certo punto lo chiama al telefono la mamma, la Renza: “come vuoi che vada,mamma? Male”

Da fuori feci finta di nulla, da dentro in quel momento sono morto io. Era la resa.

Un aggravamento la sera stessa lo portò appunto in terapia intensiva al San Luca, dove ha resistito un’altra decina di giorni.

Lo andai a trovare per Santo Stefano.

Era stanco, visibilmente provato ed incredulo di avere così poche forze, perché finché si è vivi non si pensa mai di morire.

Gli altri muoiono, non noi.

Era sempre lui, ma gli occhi erano stanchi, lucidi, forse sopraffatti.

Abbiamo chiacchierato un po, in quella stanza piena di monitor, ma comunque spaziosa e paradossalmente accogliente.

Credo fosse contento che ero andato a trovarlo.

Mi ha lasciato con un “Grazie Claudio”.

Grazie a te Gianluca, di tutto.

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