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Il mojito perfetto

Il blog di Claudio Stefanini – bestemmie letterarie aperiodiche: scrivono tutti, perché non dovrei farlo io?

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Claudio

Il mio Gianluca

“Che ci fai qui Claudio?”

“che ci fai qui te, Gianluca!”

Ci conoscevamo già da tempo, compaesani fornacini, il grande Tronca amico del Cencio, del Claudio mì cugino, fratello del Nicola che era in classe con me alle medie, figlio maggiore della Renza che, pur non avendola mai avuta a scuola come maestra, conoscevo lo stesso piuttosto bene.

Il Tronca, quello che quando io ero bimbetto, lui dieci anni di più –neanche tanti, ma a quelle età scolari facevano la differenza- quello grande della combriccola del mì cugino, figliolo della Lisi -sorella dello Zimbo– e del Vitaliano, puntualmente si presentava a portare allegria verso la fine del pranzo tradizionale di Capodanno che la Lisina allestiva con la maestria che solo lei possedeva.

Di quei pranzi ricordo poche cose: l’allegria familiare, il profumo dei famosi crostini che la Lisi preparava con imbattuta perizia e, appunto, I fragorosi ingressi del Tronca che veniva a portarsi via il Claudio (non io, quell’altro. Della fantasia della mia famiglia nell’affibbiare nomi parlerò poi. Per la cronaca anche mi pà si chiamerebbe Claudio) per le loro scorribande giovanili di inizio anno.

Il Tronca, che poi a me quel soprannome pareva anche un po’ offensivo, perché a me non sembrava già allora solo uno che spaccava porte ma uno che sapeva il fatto suo, nascosto dietro quell’allegria e quell’ottimismo che per fortuna possiedo anch’io e che, forse, devo anche a lui. Troncausci, perché la leggenda narrava che alle Scuole Elementari una volta avesse chiuso –o aperto, non si sa- una di quelle grosse porte pesanti di legno delle aule, troncandola per l’impeto messo nell’azione.

Il Tronca,che nonostante il soprannome si era iscritto a Veterinaria a Pisa e si era anche laureato, in barba a chi pensava fosse solo un simpatico guascone rompiporte.

Il Tronca, che era il veterinario del mio primo cane, la Elly, che veniva a visitare a casa portando professionalità e sorrisi alla mia mamma. È anche colpa sua se alla fine ho scelto di fare il suo stesso mestiere.

Il Tronca, che al mio matrimonio si mise a cantare offrendo divertimento per tutti, dandomi ancor di più l’orgoglio di averlo come amico.

Perché io a Gianluca devo anche molto, ma questo si capirà più avanti. O lo sapete già?

 

“Eh, son venuto a prendere l’originale della laurea e dell’attestato di abilitazione professionale perché ho vinto un concorso alla USL. E te?”

“io Sono venuto a presentare la mia tesi di laurea, son quasi in fondo ormai”

“Allora te finisci presto e poi vienimi a trovare per imparare la professione, che poi si vede”

 

Era il 1992. Mi laureai in luglio e da subito iniziai a frequentare il suo Studio a Bagni di Lucca. Imparai tutto da lui, a fare meno errori possibili e a riconoscere le principali malattie degli animali che venivano portati a visita.

Mi portava anche nelle stalle, a fare visite e prelievi. Ricordo una stalla in alta Garfagnana dove mi insegnò a prelevare il sangue  dalla vena caudale delle vacche.

Era facile. Passai l’esame, anche se puzzai di merda di vacca per giorni, visto che alcune di esse per ringraziarmi di averle prese per la coda mi cacarono simpaticamente addosso.

Avete presente dei getti di alcuni chili di quella roba lì? Ecco.

Mi testava. Nel contempo ci raccontavamo, si chiacchierava, diventammo amici.

Spesso rimanevamo fuori oltre l’orario e andavamo a fare le visite domiciliari notturne.

Qualche volta ci presentavamo a casa della gente anche alle dieci, dieci e mezzo di sera.

Il bello è che non ci buttavano mai fuori, anzi, ci aspettavano comunque fino a tardi.

Erano altri tempi.

Altre volte ce ne andavamo a magiare una pizza da Vinicio, dove famose erano due cose:

la pizza e i giganteschi litigi tra Vinicio e suo figlio, con moccoli e piatti che volavano ad altezza testa.

Oppure al Caffè Del Sonno. Più tranquilli lì, come il nome del locale, oppure rimanevamo direttamente a mangiare a casa di chi ci chiamava per una visita a casa del proprio cane o gatto.

La gente di Bagni di Lucca, Fornoli, Crasciana, Casabasciana, Brandeglio, San Cassiano, Montefegatesi e di tutti gli altri paesini vicini l’ho conosciuta così. Col Tronca.

Era bravo con i pazienti, era bravo con i loro padroni. Gli volevano bene e si vedeva.

Non trovava mai la via per tornare a casa.

Qualche volta gli prendeva sonno e allora si fermava con la macchina a mezza via, si faceva una dormitina di un paio d’ore o più e poi riprendeva la strada di casa.

Nel contempo l’Annamaria, la moglie, aveva già allertato la Misericordia, i Pompieri, la Stradale e aveva telefonato ai vari bar tra Bagni di Lucca e Castelnuovo per sapere se Gianluca fosse passato da lì.
Se in Italia ci fossero state le Giubbe Rosse avrebbe chiamato anche quelle.

Ma lui era fatto così. Tornava a casa, un sorriso, una litigata di quelle bianche e tutto tornava a posto.

Ah già, allora i telefonini erano solo per i cittadini. Bei tempi.

Nel periodo in cui lavorò come libero professionista era maledettamente bravo, in un periodo in cui la veterinaria era soprattutto visita clinica, termometro e microscopio lui era un ottimo clinico.

Anche un grande insegnante, le mie basi ed oltre le devo a lui. Poi diventò la norma anche per me, ma rimanevo affascinato quando con la sole cose che gli raccontavano i proprietari di animali al telefono, già sapeva di cosa si trattasse.

“vai su dalla Piera a Vallico Sopra, ha un maiale che non mangia con delle macchie rosse sulla pelle. Misuragli la febbre, se ce l’ha è malrossino, fagli una puntura di Tylan e lasciale il flacone”

“Vedi questa cagna? Non mangia, beve tanto, è andata in calore due mesi fa, ora ha le perdite. Se non è piometra questa smetto di fa il veterinario!”

Il suo modo di insegnare il suo sapere, mai supponente, sempre positivo, sempre umile e sempre pronto a mettersi in discussione non erano da tutti.

Ho avuto la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto. Uscito dall’Università, lui aveva appena vinto il concorso alla USL ed aveva bisogno di lasciare l’attività liberoprofessionale.

Con la sua solita semplicità mi disse se volevo rilevare il suo ambulatorio. Ora immaginate uno che si, va ad imparare il mestiere da un collega, ma che non ha idea di cosa farà nell’immediato perché non ci ha ancora pensato o non ci vuole proprio pensare, e si sente dire se voglio il suo ambulatorio, già ben avviato e con clientela numerosa.

“Si, ma come faccio a pagarti?”

“Non c’è problema, mi paghi piano piano con i profitti dell’ambulatorio, io ti affianco per un paio d’anni così conosci tutti mentre diventi un bravo veterinario”.

Gianluca era così. Semplice, positivo ed altruista. Ed andò proprio così.
Fummo colleghi instancabili fino al 1997 circa, anno in cui finì il suo percorso di affiancamento con me e mi lasciò aprire le ali da solo. E mi mancò già lì la sua presenza.

Nel frattempo mi ero sposato e del suo spettacolo canoro ho già detto, che se non fosse stato per la moglie che lo moderava sarebbe ancora lì a cantare con tutti.

Per tutti quegli anni il suo più fedele amico era il Doc, un Breton maschio che ha lasciato più figli lui in Mediavalle e in Garfagnana che il Dr Viglione ai tempi d’oro.

“Gianluca, c’ho un cane qui che mi sembra il tuo, io è tre giorni che gli d da mangiare e son tre giorni che mi tromba la cagna. Lo vieni a prendere?

“Eh si mi sa che è il mio, son giusto tre giorni che m’è scappato, domani lo vengo a prende, ‘un ti preoccupà!”

Ci rido ancora.

Dopo ci vedevamo più di rado, ma andavamo ogni tanto a mangiare qualcosa assieme oppure ci vedevamo in giro per lavoro, lui per l’ASL, io per le mie domiciliari, oppure a cena con le rispettive mogli.

E ancora lo andavo a vedere ed ascoltare nelle sue attività teatrali, che aveva intensificato avendo più tempo libero da dedicarci.

Ci vedemmo poi per una occasione ufficiale, verso metà 2013. L’Ordine dei Medici Veterinari di Lucca, di cui sono tuttora consigliere, aveva deciso di dare un premio “alla carriera” ai laureati da trent’anni. Naturalmente pretesi che il suo premio glielo consegnassi io, che gli dovevo così tanto.
Quel gesto simbolico mi parve molto bello.

Sapevo già che gli era stato diagnosticato un linfoma, quella sera ne parlammo un po’, con fiducia verso le terapie che avrebbe intrapreso da lì a una settimana.

Stava bene.

Solo poche settimane fa la signora Anna, la segretaria storica dell’Ordine nonché conoscente trentennale di Gianluca, mi disse che in quell’occasione lui gli confidò cheormai ne aveva per poco, visto quello che aveva.

Era ottimista ma era anche lucido.

Nell’ultimo anno Gianluca ha avuto alti e bassi con le terapie. Quando sembrava che tutto fosse andato per il meglio però un crollo delle sue difese con febbre persistente ne richiesero un nuovo ricovero, a Castelnuovo prima e poi a Lucca, al San Luca.

Era poco prima di Natale 2014.

A Castelnuovo lo trovai sempre combattivo, in cuor suo sapeva che sarebbe stato molto difficile ma non disperava di uscire anche da quella situazione.

Ad un certo punto lo chiama al telefono la mamma, la Renza: “come vuoi che vada,mamma? Male”

Da fuori feci finta di nulla, da dentro in quel momento sono morto io. Era la resa.

Un aggravamento la sera stessa lo portò appunto in terapia intensiva al San Luca, dove ha resistito un’altra decina di giorni.

Lo andai a trovare per Santo Stefano.

Era stanco, visibilmente provato ed incredulo di avere così poche forze, perché finché si è vivi non si pensa mai di morire.

Gli altri muoiono, non noi.

Era sempre lui, ma gli occhi erano stanchi, lucidi, forse sopraffatti.

Abbiamo chiacchierato un po, in quella stanza piena di monitor, ma comunque spaziosa e paradossalmente accogliente.

Credo fosse contento che ero andato a trovarlo.

Mi ha lasciato con un “Grazie Claudio”.

Grazie a te Gianluca, di tutto.

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L’albero della vita

Hai presente il rumore che fa il passaggio di un dito sulla barba di un giorno? Tipo carta vetrata, solo  un poco più gentile. Non ci avevo mai fatto caso, prima di allora, ed avevo già 37 anni.

La sensazione di essere ormai  uomo, ma non uomo nel senso di virilità, nel senso di responsabilità,  anche se dentro non smetti mai di essere il solito bischero che gioca per le vecchie vie del paese, dietro ai primi amori.

Un uomo. Che grande parola. Che responsabilità. Che brutta cosa, da un certo punto di vista.

E dire che la mia vita non è stata – per ora –  quel che si può definire difficile; Jovanotti direbbe che sono un ragazzo fortunato. Anche quella volta che dovevo morire, lo dicevano al paese vicino sentendo le campane a morto, – devono essere per quel ragazzino che ha avuto un incidente in moto –  e invece no, non era ancora la mia campana. Se no non sarei diventato uomo.

Nella felicità interiore, nella soddisfazione, nella quasi totale mancanza di rimpianti che avevano riempito quei primi 37 anni – e quindi nella positività del bilancio, direbbe il Cialdo -, rientravano tutti quelli che mi stavano attorno.  Mamma Iliana, babbo Mario vulgo Claudio detto Il Doro (e questa è un’altra strana storia), mio fratello Pierfranco, Manola, la mia allora moglie. E poi il valore aggiunto della vita, quello che credo pochi possono dire di avere davvero, gli Amici, quelli veri.

 Quelli che magari non vedi per anni, ma è come se non ci fossimo mai separati. Quelli che ti vedi tutti i giorni ma hai sempre qualcosa di cui parlare. Quelli che ti cambiano la vita. Ma anche questa è un’altra storia.

 

 “D’accordo” – disse il Cialdo – “ho noleggiato un Ulysse, così viaggiamo tutti insieme”.

Fu veramente un’ottima idea per la possibilità di stare diverse ore assieme, possibilità che negli ultimi tempi era stata il lusso di poche altre volte.

Se non ci sei abituato, alzarsi alle cinque e mezza del mattino è abbastanza dura. Dopo no, assapori totalmente il nuovo giorno che nasce. Appuntamento alle sei e mezza a Lucca, ritrovo,caffè e partenza.

 

 L’ultima volta che ero stato in Francia era il1989, a Chalon sur Saone. Andavo a trovare il mio amico Franco, con Manola e la sua ragazza di allora, Chiara. Che viaggio, con l’auto del babbo, la pompa dell’acqua rotta e il riempimento del radiatore ogni cento km. Che palle. Però ricordo ancora la bellezza del centro storico di quella cittadina a nord di Lione, che dette i natali a Nicephore Niepce, l’inventore della fotografia, sottolineato con orgoglio tutto francese dalla statua in piazza e da un enorme cartello in pietra all’ingresso del paese. Ricordo la piccola casa della mamma di Franco, con il fratello Gianni – Jean, che sarebbe morto di lì a qualche anno in circostanza mai ben spiegate.

La ragazza di allora di Franco a quei tempi non mi era molto simpatica, ma qualcosa di speciale doveva per forza avere, avendo stregato prima di lui anche Mauri, che ancora ci rompeva i coglioni per quando gli frantumammo quella orrenda tazzina da caffè nera, ricordo della tipa e del suo amore perduto. Comunque tempo dopo ho avuto modo di conoscerla meglio e devo riconoscere che la prima impressione era proprio sbagliata.

Fu un bel viaggio, ancora da studenti, con pochi soldi in tasca ma anche con pochi pensieri – oh, è veramente così,eh! – e tanti ricordi. Ho ancora davanti agli occhi la foto che ritrae me e Franco che reinterpretiamo a modo nostro la Pietà di Michelangelo

 

 

Stavolta era diverso. Andavamo comunque a trovare Franco, ma era diverso. Una occasione per confrontarci di nuovo, come quando eravamo studenti perché, per fortuna, abbiamo e avremo sempre la capacità di metterci in discussione.

 Franco aveva una ragazza a Gaeta, quando arrivò a Pisa iscritto al I anno di Medicina Veterinaria, Giamile. “Significa ‘bella’ in greco”, diceva lui, significa bella stronza, dico io qualche tempo dopo, quando arriva a casa nostra in via Favilli piangendo perché lo aveva lasciato con una telefonata. Non si sarebbero più rivisti. Buffo il mondo.

Buffo il mondo, visti poi gli accadimenti che avrebbero rivoluzionato la vita di ognuno di noi negli anni a venire. Comunque allora eravamo tutti lì, in auto per andare a trovarlo. Sarebbe stato l’ultimo viaggio insieme per Maurizio e sua moglie Piera, poiché si sarebbero separati di lì a poco, per i motivi che fanno lasciare innumerevoli coppie ogni anno, l’incomunicabilità. Sarebbe poi toccato anche a me, alcuni anni dopo. Il Cialdo, così come Maurizio con la nuova compagna, diventerà invece padre di due bei bambini. Nelle non troppe volte che l’ho rivisto non mi è mai parso il ritratto della serenità, ma sicuramente ha trovato la sua dimensione. Lo spero per lui. Uh, che dire del Gosto, che per non so quale motivo ci ha sempre velatamente nascosto alcune parti della sua vita. Forse abbiamo peccato anche noi di comunicazione o forse ci vogliamo fare troppo i cazzi degli altri?

La seconda, la mejo è sempre la seconda.

Mancava solo l’autore di questa frase, Carlo il romano. Improvvisa influenza. Succede.

Carlo è stato un amico vero, ma il tempo in certi casi offusca cose e situazioni. Da quasi fratelli a quasi semplici conoscenti. Peccato. Ma tempo per rimediare ce n’è sempre.

Il viaggio prosegue spedito, con vari autisti che si alternano alla guida. Il Cialdo guida un po’ alla cazzo, ma nessuno glielo fa notare; i rilasci improvvisi dell’acceleratore fanno comunque sentire il loro peso sul centro del vomito. Comunque nessuno sporcherà i tappetini, per la fortuna dell’autonoleggio.

Passiamo in Francia. Traforo del Monte Bianco, breve sosta  – anche il Gosto piscia in compagnia! – e poi via, a 70 all’ora per i dieci-quindici chilometri del tunnel.

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La cerimonia è per le 16, dovremmo arrivare in tempo; se ritarderemo un po’ Franco ci perdonerà, è sempre stato abbastanza comprensivo con gli amici. Li ha sempre tenuti in grande considerazione, gli amici. Giusto tre mesi prima aveva fatto un grande tour per tutta l’Italia per salutarli tutti, quasi in incognito, senza dire a nessuno che ci sarebbe stata quella cerimonia che gli avrebbe cambiato la vita. Venne anche da me, con la sua ultima conquista, una romanina niente male. Non mi ricordo il nome, ma anche per lui non doveva essere troppo importante; tutt’altra cosa Isabella, la ragazza che alla fine gli era sempre accanto, e che infatti avremmo ritrovato proprio alla cerimonia. Una cara ragazza, pensavamo tutti che alla fine sarebbe stata la donna della vita di Franco. Cosa che poi fu.

Si parla del più e del meno, la meta si avvicina. Passiamo Lione. Cento km e ci siamo. Dai che siamo in orario. Franco, arriviamo!

 

Chalon sur Saone. La ricordavo bene. Solo stavolta, complice la pioggerellina invernale ed il cielo plumbeo, un po’ triste. Raggiungiamo la chiesa dove sta per svolgersi la cerimonia. Un po’ di parenti, altri amici arrivati con altri mezzi. Arriva anche Franco, finalmente, accompagnato dalla mamma e da Isabella. Isabella, la donna della sua vita, nel bene e nel male.

 

La chiesa si riempie, arriva il sacerdote che inizia un piccolo gioco. Si devono accendere delle candele sull’albero della vita, una per gli amici, una per la madre, una per i fratelli, una per i parenti. Un rappresentante di ognuno viene sul pulpito a parlare a Franco e a dirgli cosa ha significato per lui. Franco ascolta tutti, la cerimonia è commovente perché vera, la partecipazione massima. Che differenza con le cerimonie cattoliche italiane!

Franck,je t’aime!

Così grida, alla conclusione del suo discorso, l’altro fratello, quello rimasto in vita dopo la morte di Jean.

Commozione. Franco è commosso, si sente. Tutti lo siamo e non potrebbe essere altrimenti.

Finisce la cerimonia. Tutti in fila, si va verso l’altare per il saluto, mi avvicino, lo tocco. Tocco il cartellino metallico con su scritto Franck Capotosto, 1967-2002.

E inizio a piangere.

 

 

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Post Scriptum

Franco Capotosto è un amico fraterno che se ne è andato a soli 35 anni il 31 dicembre del 2002.

Questa è la storia del viaggio intrapreso da noi amici verso il suo paese natio

Chalon sur Saone, il 3 gennaio 2003, giorno del suo funerale.

Sono passati già dieci anni e questo è il mio modo di tenerlo ancora vivo.

Grazie a chi contribuirà a tenerlo nel proprio cuore.

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